chi sono

Perché vado a Roma a piedi?

Ricordo benissimo quel momento. Era il 1984 e vivevo lontano da casa, a Bologna con le mie amiche dove frequentavo il primo anno di università.
Non ero mai stata così felice. Stavo facendo le cose che amavo in una città che mi faceva sentire libera e felice.

Qual pomeriggio di maggio stavo raggiungendo le mie amiche in Via Zamboni, nel centro della città, e per fare più in fretta ero passata dietro alle Due Torri.
Improvvisamente ho visto le loro facce allarmate, come se fosse successo qualcosa di terribile.
"Ma cos'hai fatto?"
"Niente, perché?"
"Ma sei passata dietro alle Due Torri!"
"E allora?"
"Ma non lo sai? Se uno passa dietro le Due Torri non si laurea più"

Mi si è gelato il sangue e in un attimo ho visto sbriciolarsi la mia vita.
Non poteva certo essere una cosa logica e razionale, ma a quanto pare era una credenza abbastanza consolidata, di cui io non sapevo nulla. Io non sono mai stata superstiziosa e mi rifiuto di esserlo tutt'ora, ma in quel momento, in preda la panico, decisi che dovevo fare qualcosa di grande, immenso, impossibile e unico per controbilanciare gli effetti nefasti di quella maledetta superstizione.
Così, senza pensarci balbettai: "Quando mi laureo e vado a posto... faccio... vado... vado a Roma ... a piedi!" una cosa che per me equivaleva a dire "vado sulla luna".

Quest'episodio è rimasto inghiottito nelle pieghe della mia mente per tanti anni, tanto che non me ne ricordavo neanche più. Non me ne ero ricordata nemmeno il 17 marzo 1993 quando, dopo anni di fatica e due figli, Chiara e Giacomo, mi ero finalmente laureata in Lingue.

Il 10 novembre 2015, tutti noi precari della scuola, sapevamo che alle 16 sarebbe arrivata una e-mail che avrebbe potuto cambiare il nostro destino. Nel silenzio della casa deserta, ho aspettato fino alle 16.30 per paura di non trovare nulla sulla mia casella di posta elettronica, ma non ho resistito oltre.
Ho letto l'e-mail tre volte per essere sicura di aver capito bene. Diceva che ero "destinataria di una proposta di assunzione a tempo indeterminato". A 52 anni suonati, dopo tanto precariato, fatica, porte in faccia e umiliazioni, avevo raggiunto un traguardo.

Mi ci voleva un bicchiere d'acqua per riprendermi, e mentre bevevo quel vecchio balbettio dimenticato è riaffiorato nella mia mente. Ancora non ci credo che le prime parole che sono riuscita a pronunciare siano state: "Cavolo... Allora devo andare a Roma a piedi!".

Per alcuni mesi ho fatto finta di niente, cercando di rimuovere il pensiero. Il mio non era stato certo un voto. Sebbene educata in seno alla religione cattolica (come si conveniva a tante ragazze della mia generazione) non sono mai stata credente.
Ho sempre nutrito dei dubbi su ciò che mi veniva detto e anche quando i miei genitori mi obbligavano ad andare in chiesa o alle attività parrocchiali, più che fede e certezze, io avevo dubbi e domande. A volte mi avrebbe fatto comodo aver la fede per potermi aggrappare a qualcosa, ma non c'è mia stata nella mia vita.
Sono arrivata alla conclusione molto semplice che avere la fede sia un dono, dono che io non ho.

Io e Dio non ci conosciamo e non sappiamo nulla dell'esistenza dell'altro.

Quando ho parlato con mio marito di quest'idea insensata, mi ha detto "Ma l'hai detto in chiesa o fuori?"
"Che differenza c'è?"
"Se l'hai detto in chiesa, lo devi rispettare".

Non ricordo, ma quasi sicuramente ero fuori. Meno male, ho pensato, questo mi esimeva dal portare al termine quella follia, ma col passare del tempo ho capito che non lo dovevo fare per nessun'altro al di fuori di me. Era una promessa che avevo fatto a me stessa. Per questo la dovevo rispettare.

Una mia amica mi ha detto che invecchiando (...) si vedono le cose diversamente e che forse il mio è un tentativo di riavvicinamento ad una religione che mi ha deluso. Dubito, visto che ho fatto benissimo tutta la mia vita senza di lei che adesso ne senta il bisogno. Non so, forse lo scoprirò col tempo, lungo il cammino.

In questi mesi, da quando ho cominciato a prendere in seria considerazione l'idea di partire, ho letto tanto e mi sono confrontata con persone non credenti che hanno fatto il Cammino di Santiago o sono andati a Roma, sull'antica via dei pellegrini medioevali. Tanti parlano del valore di un'esperienza spirituale, non squisitamente religiosa. Mi ci ritrovo appieno. Non sono credente, nel senso che non credo alla dottrina cristiano cattolica, ma questo non vuol dire che non sia religiosa in senso più ampio o spirituale del termine. Le due cose non sono antagoniste, semplicemente diverse.

Così nella mia mente ha cominciato a prendere forma sempre di più l'idea che la vera molla di questo viaggio sia una sfida. Una sfida con me stessa, con i miei limiti, un mettermi alla prova, testarmi su una cosa che non ho mai fatto.

Ma che senso ha imporsi un'altra sfida quando si ha raggiunto un traguardo?

Forse è proprio questo il momento.

Così, anche se non è per un voto, anche se non sono credente, se non sono più giovanissima, perfettamente in forma, super allenata, non ho pianificato tutto nel dettaglio come se fosse una missione spaziale, nulla mi vieta di andare a Roma a piedi per vivere quella che sarà senza dubbio un'esperienza grande, immensa, impossibile e unica.

No comments:

Post a Comment