Monday, 29 August 2016

foto

Ecco un po di foto per ricordarmi di qual fantastico, unico, meraviglioso viaggio che è stato la Francigena.

 Piegata dal caldo e dalla fatica dei primi giorni





 ma sempre avanti per paesaggi indimenticabili




Quando Angela mi ha fatto questa foto ho pensato "sembrerò crocifissa", poi ho capito che in quel momento mi sentivo davvero tale



Partenza da Siena con Cristina, sempre felici di metterci in cammino.




 L'ultimo giorno a san Quirico d'Orcia. Un saluto a voi, Angela e Daniela

Sunday, 14 August 2016

Ground Zero

(Questo post fa parte di una serie di posts che avevo scritto a New York ma che non avevo pubblicato per mancanza della connessione nell'airbnb. Certo, avrei potuto pubblicarli in un altro momento della giornata, quando ci fosse stata la connessione, ma volevo godermi la presenza di mia figlia, quando c'era, e della città. Queste due cose, soprattutto Chiara, hanno avuto la priorità su tutto, facendomi dimenticare tutto il resto.)


Ieri è stata una giornata molto intensa.

Abbiamo visitato diversi luoghi simbolo di NYC, a cominciare dalla sede dell'ONU, Wall Street, Ground Zero, ci siamo sciroppati tre ore in in super mega store in cui la Chiara aveva un extra sconto del 40 per cento oltre ai normali sales di stagione e la sera, dopo aver aspettato circa mezz'ora nella metropolitana fumante di caldo, vapori e odori di tutti i tipi,aver saputo che che la linea era bloccata per qualche motivo che nessuno ha capito, Chiara e Marco hanno organizzato un Uber per tornare a casa (da veri newyorkesi), e siamo usciti tutti assieme per festeggiare i due anni di matrimonio dei nostri fantastici ragazzi. 
Cena in un ristorante greco vicino a casa loro: buon cibo, ottima compagnia, che altro volere dalla vita?
Volutamente non abbiamo fatto nessuna foto, perché dopo una giornata in giro a correre x la città, senza aver avuto la possibilità di farci una doccia o anche solo riposare, eravamo tutti stravolti. 


Ma stamattina, nel silenzio dell'airbnb, prima che la città cominci a vorticare ed io con lei, voglio raccogliere un po' le idee. 

Chiunque vada a NY non può non andare a Ground Zero, non solo per il valore simbolico del luogo, ma perché è un luogo che non so definire in altro modo al di fuori di “poetico”.

Di fianco a grattacieli imponenti che ti fanno sentire una nullità, ad un senso palpabile di denaro e potere sconfinato, ad un chiasso assordante, macchine che strombazzano, sirene e ambulanze a profusione, gente che corre come se dovesse salvarsi la vita, Ground Zero è un'oasi di pace e raccoglimento. 

Lungo il perimetro dove si trovavano le Torri Gemelle hanno costruito un semplice muretto con sopra scritto i nomi di tutte le persone che hanno perso la vita nell'attacco terroristico. 
Niente di superfluo, di sfarzoso o di eccessivo, solo una lista di nomi, tra i quali i visitatori passano in silenzio sfiorandone le scritte, qualcuno si ferma per accarezzare un nome particolare, qualcun altro, forse un famigliare o un amico, mette qualche fiore. 

Così pensavo... Forse in altri tempi o in un altro luogo si sarebbe eretto un monumento proiettato anch'esso verso l'alto intento a far vedere, farsi vedere, a mostrare.

Qua no. 

Quei due buchi giganteschi parlano più di tanti mausolei.

Forse sono il vuoto, la mancanza di tutte quelle vite che mai più si colmerà nelle persone che le hanno amate.
Per tutti i famigliari, amici, conoscenti ci sarà sempre un vuoto, e la città l’ha voluto onorare.

Sotto al muretto con i nomi scorrono migliaia di rigagnoli d'acqua che confluiscono nel buco delle fondamenta delle Torri Gemelle, per poi sprofondare in un cratere che mi ricordava il cratere formatosi dal crollo, o forse è la madre terra.
Mi sembrava che ogni rigagnolo d'acqua fosse una vita spezzata e che tutte si raccogliessero assieme nello stesso destino di morte, per finire nel centro della terra. La loro vita scorreva separata dalle altre per un tratto, per poi unirsi e finire dove è finita: in un cratere scuro, sprofondando nella madre terra.

O forse tutti noi siamo i rigagnoli d'acqua e solo per uno scherzo del destino non siamo lì, o dovunque ciascuno di noi sia, siamo assieme ad ogni altro rigagnolo d'acqua, e la forza è stare tutti assieme, dovunque la vita ci porti.
Non so...

E’ stata una sensazione ipnotica e stranissima.

Mi sembrava strano che per ricordare un destino atroce avessero scelto l'acqua, simbolo di vita, che al posto di un monumento avessero lasciato un vuoto, tra il frastuono della città si sentisse solo lo scorrere lieve dell'acqua che nel caldo soffocante di luglio portava refrigerio, che nel luogo tra una torre e l'altra avessero costruito sentieri scombinati, non netti e lineari, ma spezzati, ciascuno diverso dall'altro, strisce di verde con prato e edera, avessero deciso di piantare alberi che un domani diventeranno imponenti, avessero costruito panchine per riposare e riflettere.
Vita in mezzo al cemento. Vita per ricordare. 

Parlando con una guardia mi diceva che è un luogo molto sad, triste. 
È vero. 

Ma oltre la tristezza, ci ho sentito il coraggio di andare avanti, la volontà di non farsi schiacciare, la determinazione di sconfiggere la paura della morte. 

Mi è sembrato un luogo fatto per emanare forza e coraggio che arrivava a me come le mille bollicine d'acqua mentre ne sentivo la freschezza quando leggevo quei nomi, che mi sembravano vicini anche se non li ho mai conosciuti semplicemente perché italiani, mentre sentivo il fresco delle piante, il riposo delle panchine.

Di fianco al vuoto per non dimenticare, acqua e piante al posto del cemento per testimoniare la capacità e la volontà del popolo americano di rinascere e non lasciarsi sconfiggere.

La vita sopra la morte. 






Su un muro si trova questo bassorilievo che ricorda il sacrificio dei pompieri.

C'è scritto: dedicated to those who fell and those who carry on, dedicato a coloro che sono caduti e a coloro che vanno avanti. 
Non solo il passato, dunque, ma anche il presente e il futuro. Continuare per non dimenticare. 




Nessun luogo è imponente come Ground Zero





Saturday, 13 August 2016

domani

 Ore 4.30 del mattino: partenza da San Giminiano per Siena col gruppo dei bionici. Da notare Daniela con la pila in testa come uno speleologo.
 Prima sosta: via gli zaini dalle spalle e ci si siede dove capita.
 Monteriggioni, la piazzetta dalla camera dell'ostello.
 Lo spettacolo al di la delle mura che circondano la città.


Vita da ostello: non c'è la televisione, allora c'è chi gioca a carte mentre aspetta che la roba si asciughi e chi si cura le vesciche.
Un temerario intento a passare il filo in una vescica di una pellegrina.

I

domani

Domani avrei dovuto arrivare a Roma.

Forse per mettere il dito nella piaga, ho deciso di fare un post con le varie foto più belle.
Quelle che non sono riuscita  a caricare con l'ipad, quelle che mi ripromettevo di caricare una volta a casa...

Ho smaltito la rabbia e il nervoso, la caviglia sta bene e  posso dire che la tendinite è ormai quasi un ricordo.
Rimane solo una profonda tristezza, di cui non parlo mai, perchè quell'avventura fantastica è svanita troppo presto.

l'accoglienza dell'ostello di Altopascio, la mia prima tappa.


L'ostello di San Francesco a san Miniato, un borgo stupendo, la mia seconda tappa.
Qua, la mattina del terzo giorno, ho incontrato per caso Daniela e Angela, le mie compagne d'avventura.


Tipico scenario di un ostello: le scarpe in fila a prendere aria e la camerata con zaini e tutto quanto appeso ad asciugare.
Questa foto è stata scattata a Gambassi, dopo una tappa micidiale.

Verso San Giminiano, attraverso uno dei più bei paesaggi che abbia mia visto.
Vedi le torri in lontananza, e sai che dopo poco ci arriverai. Affretti il passo perchè sai che ormai manca poco.


 Quando percorri questa strada capisci cosa sia la bellezza.

Saturday, 6 August 2016

Game over

I medici dell'ospedale di Acquapendente dove sono andata ieri sono stati categorici: riposo assoluto per almeno cinque giorni. Infiammazione del tendine e versamento dovuto forse ad una storta.

All'una di pomeriggio sono uscita dall'ospedale e, in un modo completamente rocambolesco, alle sei meno venti ero al casello di Casalecchio, vicino a Bologna,
Per una strana ironia della sorte il cerchio si è chiuso dov'era iniziato. Abitavo a Casalecchio quando è successo l'episodio delle Due Torri.

Ieri sera sono stata sul divano a rincoglionirmi con qualche programma stupido, facendo zapping quando mi svegliavo.

Niente più camminate, sudore che cola dappertutto, fatica, stringere i denti, felicità quando arrivi.

Fine del cammino, fine della Francigena, fine del blog, fine di tutto
Game Over.


Radicofani

(Questo post l'ho scritto mentre aspettavo ingenuamente che il fango del Fosso Bianco si asciugasse sulla mia caviglia. Lo copio solo per un mio ricordo. Sappiamo tutti com'è andata...)



Brucia il sole lungo i sentieri senz'ombra della Francigena, ma brucia ancora di più la sconfitta.
E continuerà a bruciare più a lungo del sole.

Mi sono dovuta arrendere. Non vado a Radicofani.
La caviglia è ancora gonfia, fa male nonostante il riposo, il ghiaccio, la pomata che mi hanno dato in farmacia tanto che non riesco nemmeno ad allacciare la scarpa. Non posso camminare in queste condizioni.
Ho capito che non posso mettere a repentaglio la mia salute.

Non so se fa più male la caviglia o la paura di dover smettere.

Radicofani, la tappa più impegnativa di questo tratto, quella che tutti i pellegrini temono e sognano, quella che mette a dura prova il fisico, fiacca le forze, indurisce le gambe e tenta di frantumare lo spirito non la farò.
Nonostante la sua fama e i 32,5 chilometri di cammino, avrei provato a farla, magari se non avessi retto ne avrei fatto anche solo un tratto, ma almeno ci avrei provato.
Volevo fare la salita di otto chilometri che portano al paese. Lo volevo a tutti i costi.

Io ci avrei provato.
Era da tempo che mi preparavo. Invece sono inchiodata qua.

Lungo il tragitto col pullman per i Bagni di San Filippo dove mi trovo ora, ho visto il gruppo della parrocchia col passeggino; adesso spingono anche un carretto con quella che sembra una cucina da campo. Quanto avrei voluto essere con loro a sputare sangue, sudore e fatica sulla strada, invece che seduta su quel maledetto autobus.

Oltretutto oggi era la giornata ideale.
La temperatura é calata, si aspetta una perturbazione e l'aria si é rinfrescata. Camminare é come passeggiare, te la puoi prendere più comoda, non devi raggiungere la meta nel minor tempo possibile per risparmiarti pochi minuti di sole africano.

Oggi era la giornata in cui avrei potuto raggiungere Radicofani. Oggi c'è l'avrei fatta.

Mi rendo conto che i miei più grandi avversari, più dei chilometri da fare, sono stati il sole e il caldo.
A maggio e giugno puoi adottare una strategia diversa: alzarti ad un orario decente, fare una buona colazione e alle otto metterti in cammino senza fretta. A mezzogiorno puoi fare una sosta di un paio d'ore e finire la tappa più riposato. Non sottoponi il fisico ad uno stress così prolungato.
A luglio ed agosto non si può. Devi alzarti prima dell'alba per camminare col fresco, cercare di macinare più chilometri possibili, ma già alle otto comincia il caldo. Dalle dieci in poi si muore se non c'è ombra, ma devi continuare a camminare, ogni sosta la paghi cara perché il caldo aumenta, le devi centellinare perché devi scegliere se riposarti o patire il caldo. Arrivare a fine tappa alle due ti ammazza.
Ma ci sono tanti che lo fanno, quindi si può.
Non é impossibile, solo richiede qualcosa che io non ho, forse un allenamento migliore o non so che altro.

Sono stata annientata dal caldo che mi ha imposto un ritmo di camminata superiore alle mie possibilità. O anche da una storta quando sono caduta nel fosso o più probabilmente dalla mia impreparazione o dal fatto che non ero super allenata.
Non so cosa mi abbia battuta, ma in questo momento sono arrabbiata, delusa e amareggiata.

Se avessi avuto più tempo, mi sarei presa un giorno di sosta, o quello che mi serviva per rimettermi in forma, poi avrei continuato.
Mi rendo conto che avrei dovuto darmi più giorni per questo viaggio. Anche questo é un errore che pago.

Ieri sera, quando ormai avevo capito che non avrei mai potuto andare a Radicofani a piedi, dovevo scegliere se terminare il mio viaggio a Roma o prendere il pullman per farmi la tappa, e non ho avuto dubbi.
Ho preso quel maledetto autobus per i Bagni di San Filippo sperando che quel poco più di tempo potesse risolvere la situazione. Guardo la mia caviglia mentre scrivo e scuoto la testa. Mi sento come un generale in battaglia che vede la sconfitta avvicinarsi paurosamente, ne sente l'odore acre, il rumore metallico ma cerca di non arrendersi, e come uno sciocco spera ancora.

Sto imparando che ci sono delle leggi della natura che devi rispettare, più forti di te e della tua determinazione e rabbia. Non ci puoi fare niente.
Nel tentativo di trovarmi una giustificazione o forse una misera consolazione, stamattina appena sveglia, mi é venuto in mente che anche Napoleone era stato battuto dall'interno russo. Vittorioso su tutti i campi si era dovuto arrendere al freddo.
Qualcuno di voi penserà che sono un pó megalomane a paragonarmi a Napoleone. Tutt'altro. Se anche lui si é dovuto piegare alla natura, figuriamoci una normalissima donna come me che il massimo della ginnastica che ha fatto é stato andare in palestra per qualche mese e pensa di fare attività fisica perché fa le pulizie.
Ma il pensiero di Napoleone non mi consola. A dire il vero non me ne frega niente. Non é vero che mal comune mezzo gaudio.

Oggi sono venuta col pullman a Fosso Bianco, località di Bagni San Filippo, o qualcosa del genere.
Gli altri pellegrini hanno tentato di consolarmi dicendomi che avrei potuto prendere il pullman per Radicofani, farmi fare il timbro e andare ad Acquapendente, ma non voglio.
Non ho il timbro di Siena perché quando siamo arrivati in parrocchia ci siamo accampati subito e nel pomeriggio, quando sono andata in giro, avevo dimenticato le credenziali dentro lo zaino. Non ho il timbro di Siena ma la tappa me la sono guadagnata. Non voglio il timbro falso di Radicofani. Ci lascio uno spazio vuoto.

Adesso sono qua che mi sto facendo dei fanghi. La signora dal Bed and Breakfast di San Quirico mi ha detto che fanno benissimo per le storte.

Io guardo la mia caviglia e in silenzio piango.




Thursday, 4 August 2016

San Quirico d'Orcia

San Quirico

Stanotte ho avuto la febbre e stamattina mi sono svegliata con una caviglia che sembra una mortadella. Mi faceva male da un paio di giorni ma davo la colpa alla vescica a cui avevo messo il cerotto, poi invece mi sono accorta che é la caviglia. Gonfissima e dolente, non riesco a allacciare la scarpa e anche solo muovere qualche passo é un dolore sordo che non lascia presagire nulla di buono.

Non so cosa sia stato, forse la sollecitazione delle discese, che sono peggiori delle salite perché devi tendere la muscolatura per frenare, forse il percorso pieno di sassi e ciottoli e ho messo male la gamba, forse quando sono caduta nel fosso.
Fatto sta che la caviglia mi serve per camminare, non è un gomito o un orecchio che non uso.

Quando ho fatto il blog l'ho chiamato “a Roma a piedi” perché io voglio arrivare a Roma a piedi e questo intoppo mi sembra una sconfitta a cui non so come rimediare.

Forse anche il vescovo Sigerico si é dovuto adattare agli imprevisti lungo il cammino, forse non ha fatto una tappa al giorno e ogni tanto si é riposato, dato una sosta, un po di sollievo, forse anche lui ha preso un cavallo per un tratto,  qualche nobile locale l'ha portato col carretto o una specie di carrozza rudimentale. Forse anche lui ha avuto un passaggio.

Forse mi sto cercando delle giustificazioni.

Il dato di fatto é che non posso camminar e sforzare la caviglia perché mi hanno detto che potrei compromettere tutto il resto del tragitto. Si potrebbe acutizzare e mi dovrei fermare, cioè dovrei mollare.

Mi sa che devo piegarmi.

Oggi non è stato nefasto solo per me.
Per fortuna che Lucio, mio marito, era in Toscana per lavoro e si é preso mezza giornata di ferie e mi ha dato un passaggio fino a San Quirico perché non riuscivo più ad andare avanti dal male.
Mentre eravamo in macchina e lui cercava di convincermi a farmi portare fino a Radicofani o oltre in macchina o in corriera, mi diceva che l'avrei dovuto chiamare prima, avrei dovuto andare a farmi vedere prima invece che continuare a camminare, che stavo mettendo a rischio la mia salute per non si sa cosa, insomma mi stava trattando come se fossi sua figlia (che tesoro) ci hanno chiamato Angela e Dania, una ragazza del gruppo dei bionici, per chiederci di andarle a recuperare a Torrenieri. Anche loro erano sfinite e si erano arrese.

Angela ha i piedi gonfi e tutti piagati mentre Dania aveva le gambe che non riusciva a muovere nonostante l'antidolorifico. Mi ricorda tanto la tappa di Monteriggioni in cui avevo le allucinazioni dal male alle gambe.
Per Dania forse è stato lo sforzo estremo del primo giorno in cui hanno unito due tappe, quella di Gambassi e San Giminiano, una cosa da pazzi.

Oggi pomeriggio ho incontrato Leonardo del gruppo dei bionici che mi ha detto che anche lui stava prendendo in considerazione l'ipotesi del pullman. Era stato male, aveva avuto la dissenteria e si era disidratato.

È proprio dura.
Io ho detto che io voglio arrivare a Roma a piedi, ma viva e non in ambulanza.
Se il mio fisico mi dice che mi devo fermare, a questo punto lo faccio.

Roma mi aspetta.







Piedini da fata

Forse ho imparato come mettere su le foto con l'IPad.

Spero perché alcune sono proprio meritevoli, non tanto per la qualità fotografica -io mi limito a schiacciare il bottone- quanto perché testimoni dell'avventura.

Comincio dunque questa nuova serie di post, mostrandovi le cicatrici di battaglia, cioè come alcune di noi si sono ridotte i piedi, senza per questo smettere di andare avanti.
Anche se le foto non rendono giustizia dei piedi martoriati.



Questa sono io e la mia caviglia

Ponte d'Arbia

Quanto mi piace la sera: la tappa é già raggiunta, la successiva pianificata, le gambe si sono riposate e non sono più in tensione, non ho più la sete che mi tormenta, il caldo ha lasciato il posto al fresco, così io mi posso concentrare a scrivere.
É vero che a volte mi isolo, ma ho preso l'abitudine a scrivere a fianco dei miei amici pellegrini negli spazi comuni, che accettano di buon grado che io scriva e ogni tanto partecipi alle chiacchiere. Alcuni giocano a carte, altri si curano le vesciche, c'è sempre qualcuno che sa come bucarle con l'ago e il filo e lo fa per gli altri o lo fa vedere. Le chiacchiere a volte sconfinano nel privato e nelle confidenze, altre volte invece rimangono su temi più prosaici e imminenti tipo come fare meno strada, come resistere alla fatica, quale ostello é migliore dell'altro in quel posto.
Sulla Francigena le esigenze sono più basilari e, a volte, prendono il sopravvento su discorsi teorici.

Oggi la tappa fino a ponte d'Arbia é stata faticosa non tanto per i chilometri ma come solito per il caldo. Lo so che mi ripeto ma questa è la mia quotidianità.

Mi sono trovata stamattina alle 5.30 in piazza del campo a Siena con Angela e Daniela a cui si è aggiunta un altra pellegrina che viaggia da sola, di cui non ricordo il nome perché non ha mai parlato e ad un certo punto a deciso che noi andavamo troppo piano e si è staccata da noi.
Quante donne viaggiano da sole.
 Oggi abbiamo anche incontrato un gruppone con un bimbo in passeggino!
I suoi genitori sono svitati. Come si fa a trascinare un bimbo per quattro, cinque, sei ore su un osteggino sotto quel sole che cuoce le pietre? Non ha bisogno di muoversi, correre, quanta sete avrà? Quando l'ho visto ho avuto i brividi pensando a quello a cui era costretto. Poi come farà a stare seduto immobile tutto quel tempo. Secondo me l'hanno ipnotizzato.

Domani finisce il mio viaggio con Daniela e Angela e mi dispiace tantissimo. Sono state compagne di viaggio spettacolari che hanno accettato la mia fatica, la mia debolezza e mi hanno sostenute da vere amiche, anche se ci eravamo conosciute da poco.
Ho un po di paura, troverò compagne di viaggio ugualmente amiche?

La pappa di domani é difficile, ma io mi sto preparando, o meglio sto cercando di prepararmi per la vera difficoltà, la tappa spartiacque, quella di Radicofani di dopodomani.
Sulle guide é segnata come molto impegnativa non solo per i 32 km, ma anche per he dicono che gli ultimi otto sono di salita.

Sarà un sfida con me stessa, oltre che con la Francigena.

Io mi ripeto sempre che sanguino ma non mollo. Vorrei che Angela e Daniela fossero con me, mi aiuterebbero a non mollare e ci sosterremmo a vicenda.

Sarò capace di non mollare anche da sola?

Tuesday, 2 August 2016

essenziale?

Ecco come dormiamo stasera in parrocchia a Siena.

E la cosa sconvolgente é che non mi scompongo per niente.
 Il mio letto, se così si può chiamare, é quel lenzuolo bianco sulla destra.

Forse sarà stato perché ero stanca morta ma ho anche dormito.

Più francescani di così

L'essenziale

L'essenziale

E’ una sera calda e ventilata qua sulla terrazza della parrocchia fuori porta Camollia a Siena, dove mi trovo oggi.

Sono col gruppo dei bionici perché non c'è posto in nessun ostello di Siena.
Siamo stati fortunati che ci ha ospitato la parrocchia, e stasera a cena abbiamo fatto due chiacchiere col parroco che si é seduto a tavola con me, Dania e Elisa, le due ragazze bioniche dal visetto da passerotto.
Sono squisite ma devono avere una forza interiore incredibile e lo si capisce dai loro discorsi più ancora che dal fatto che marciano come marines.

Il viaggio non è stato faticoso, niente prugne, more o pesche raccolte per strada o nemmeno la disperazione di ieri di ciucciarci dei fiori di erba medica perché brami qualcosa da bere, la tua borraccia é vuota, all'orizzonte non c'è niente di niente se non campi coltivati, che saranno pure belli ma se hai sete non te la tolgono, e non vuoi chiedere la poca acqua che gli altri si stanno portando addosso nello zaino.
La tappa di oggi é stata molto più blanda, oltretutto non mi facevano male alle gambe e questo incide da matti.

Siamo entrate a Siena quando le campane della chiesa suonavano le 11. Non ho mai dato tanto importanza al rintocco delle campane, invece in questo strano viaggio mi fanno tanta compagnia e mi fanno sapere che mi trovo vicino ad un luogo sicuro, quasi un approdo che, se non è spirituale, almeno è fisico.

Dopo la classica doccia di rito, il bucato per il giorno dopo, un pranzetto frugale per rifocillarci e un riposino, sono andata in giro per Siena con Daniela e Angela, le due rimane con cui condivido il cammino.

Davvero non ho parole per descrivere quanto sia bella la città. Lascia senza respiro.
Lo devono pensare così anche le frotte di turisti che abbiamo trovato, qui come in tutti gli altri luoghi.

Quando sarò a casa, dal computer caricherò le foto che adesso non riesco a caricare.
Anche se non sono una professionista, la città é talmente meravigliosa che parla da sola.



Passeggiando siamo entrate in un panificio e la commessa ci ha chiesto perché facciamo questo viaggio a piedi.
Ci ha detto che un signore le ha detto faceva questa esperienza perché voleva vivere dell’essenziale, liberarsi di tutto il superfluo che ci butta addosso la società. Proprio oggi Daniela e Angela hanno spedito a Roma parte del bagaglio che si erano portate dietro tra cui lo smalto per le unghie per ritoccarlo se si fosse sbeccato, matita per occhi e e mascara, una fila di magliette e tanto altro.
Anch'io mi devo liberare del peso, forse farò in spedizione anch'io.

La Francigena é dura anche in questo. Ti obbliga a concentrarti sull’essenziale.

Cos’é per me l'essenziale?

In questo momento, di tutte le tappe ricordo i posti, ma non così nitidamente come le persone.

Forse l'essenziale sono le persone con cui facciamo un viaggio, qualunque esso sia.

Monday, 1 August 2016

I bionici




Ieri sera a San Giminiano abbiamo incontrato dei ragazzi che erano di fianco al nostro bungalow. Mi sorprende quanto sia facile fraternizzare sulla Francigena, forse il fatto di essere accomunati in questa esperienza ti fa sentire gli altri più vicini, o forse é semplicemente l'istinto umano di stare in gruppo.
Non sono mai stata particolarmente gregaria, ma qua é essenziale, almeno per me, e non mi dispiace. 

Fatto sta che abbiamo cominciato a parlare delle varie tappe ed è saltato fuori che anche loro volevano fare le celeberrime tagliate della tappa che arriva a Monteriggioni. 
Dopo un breve consulto con Daniela, il navigatore del gruppo, abbiamo deciso di partire assieme. 

Sveglia alle 4 (neanche per andare a lavorare...) e partenza alla 4.30!

eccoci pronte per partire


Questi ragazzi sono davvero carini e gentilissimi. Molto giovani, alcuni del 1994 come Lorenzo e altri più giovani come le due ragazze tutte acqua e sapone, sono i classici bravi ragazzi tutto studio e pochi grilli per la testa, alcuni di loro vanno anche in chiesa, anche se questo dato per me non è mai stato significativo nel giudicare le persone.
Ci hanno fatto sentire parte del gruppo: quando ci siamo fermati al bar per la sosta mattutina, cioè sulle 7.30, ci hanno preparato il tavolino per tutti assieme.

(Ricordo che mia nonna diceva che quando d'estate andavano nei campi, si alzavano prima dell'alba per lavorare col fresco e sulle 7/7.30 facevano la seconda colazione. Adesso capisco meglio il significato di quello che mi diceva)

Questi sono i classici ragazzi davanti ai quali senti che allora c'è speranza per il mondo. 

Qua finiscono le lodi.

Saranno anche angeli, ma sono bionici. 

E non sto scherzando. Noi tre non ce ne eravamo accorte mentre facevamo due chiacchiere al fresco della pineta di fianco al bungalow, ma c'è bastato un oretta di cammino per scoprilo. 
Vanno fortissimo, peggio dei legionari, sono instancabili, la loro energia é inesauribile e mentre noi arrancavamo per strada uno di loro cantava, forse per tenere alto il morale del gruppo e gli altri tenevano il passo senza apparente fatica. Anche le ragazze, che hanno un visetto fragile e da uccellino smarrito, in realtà sono di ferro.

Mentre sto scrivendo si stanno passando il filo tra le vesciche per curarle, senza fare un lamento di dolore.

Questi qua sono i nipotini dei replicanti di Blade Runner: umani nel l'aspetto ma dentro robotici. Oppure l'ultima generazione di Terminator. 

Ci hanno sfiancato. Col loro passo alle 7.30 abbiamo fatto tappa per un caffè alla località Le Grazie e di buona mattina eravamo a Colle Val d'Elsa che abbiamo attraversato come una furia. 

Finito la variante, abbiamo imboccato la Francigena e preso il percorso ufficiale. 
Io oggi avevo le gambe imballate e faticavo da matti ad andare avanti. Durante una sosta, in cui ne abbiamo approfittato per pianificare l'alloggio di domani sera a Siena (perché non c'è tempo da perdere),  uno di loro ha detto
"Ripartiamo alle 9"
"Che ore sono?"
"Le nove meno sei"

E siamo davvero ripartiti alle nove. 

Il percorso si snodava tra campi coltivati e paesaggi da sogno, lo so che l'ho già detto e sono ripetitiva ma non riesco a definirli diversamente. Ad un certo punto abbiamo capito che non riuscivamo a tenere il loro passo e li abbiamo lasciati andare avanti. 

Nel frattempo noi abbiamo fatto il pieno d'energia mangiando more, mele selvatiche, prugne in quantità industriale in base alla teoria sostenuta da Daniela che quello che è fuori dal cancello di una proprietà privata è di tutti, succhiando i pampini di uva per dissetarci un poco e io ho persino ciucciato dei fiori di erba medica dalla disperazione, perchè non avevo più acqua nella borraccia e la gola arsa dalla sete.

Adesso siamo nello stesso ostello, io sul divano a scrivere il blog e loro di fianco a me a curarsi le vesciche. 

Li sento parlare e mi sembra di essere tornata giovane.





San Giminiano-Monteriggioni

Sono le 4.20 di pomeriggio e sto scrivendo dalla cucina dell'ostello del pellegrino di Monteriggioni, anch'esso paese di cui non conoscevo l'esistenza fino ad una settimana fa.
Questo é l'unico ostello dove sono stata fino ad adesso in cui ci hanno messo a disposizione la cucina attrezzata, negli altri solo il letto e, se eri fortunata, la cena e la colazione non comprese nel prezzo. Qua invece c'è caffè, una mega caffettiera, un po di pasta, qualche tegame non proprio nuovissimo, insomma quanto basta per tirar fuori qualcosa da mangiare. Probabilmente stasera ci faremo qualcosa.

Peccato che il posto non sia proprio immacolato altrimenti sarebbe il posto migliore in cui sono stata. Non voglio offendere nessuno, ma giurerei che le pulizie le fa un uomo.

Oggi é stata una tappa molto dura, in cui ho cominciato a dubitare di me stessa. Forse ho preteso troppo, forse pago la mancanza di preparazione specifica, forse non sono così indomita come credevo e la Francigena mi sta fiaccando, forse non avrei dovuto mettere in ballo tutto sto carrozzone col blog, la raccolta fondi così potrei inventare una scusa plausibile tipo una storta, una febbriciattola improvvisa, o qualsiasi altro motivo che mi costringesse a tornarmene a casa, sul divano a guardare la televisione invece che scarpinare per l'Italia. Per cosa poi?
Oggi mi vengono e pensieri negativi.

La mia filosofia di vita, fino ad adesso, é sempre stata “sanguino ma non mollo” e oggi ho sanguinato.

Non mi sto riferendo solo alla vescica che mi è venuta (fa parte dell'esperienza, mi dicono), ma alle gambe di marmo che non si piegano, lo zaino che non mi trancia più le spalle ma mi trafigge la parte bassa della schiena, la stanchezza di ogni passo, la sete infinita, la testa vuota che non vede la bellezza profusa davanti a me (oggi non ho neanche fatto una foto perché il pensiero di tirare fuori il cellulare o l'IPad mi sembravano insopportabili), la sensazione di sfinimento.

Ieri ero così contenta, oggi invece no. Sono solo stanca.
Vorrei sapere se sono di gelatina io o é una fase transitoria, che poi si supera.

E non sono un po giù di corda perché ci siamo alzati alle 4 di mattina per camminare col fresco, ma perché sono stanca, stanca, stanca.

Stasera prendo l'altra mezza aspirina e speriamo che il dolore cali, spero di riposare riuscendo a trovare una posizione in cui non mi faccia male nessun muscolo, in modo che anche la testa possa andare avanti.

Questi viaggi si fanno con la testa, non con le gambe.

E se le gambe non vanno, dove va la testa?
Vedrò di indagarlo stesa sul divano al ritorno.
Adesso non ho tempo e devo andare avanti.

Oggi, mentre cercavamo di percorrere gli ultimi chilometri, ed ero sfinita già a metà percorso pensavo a chi me l'ha fatto fare. Potevo stare zitta e nessuno avrebbe saputo di niente.
Oggi sognavo solo il divano, la TV accesa, una maschera idratante sul viso, farmi le unghie e mettermi i tacchi.
Si, non mi vergogno a dirlo, sognavo di mettermi i tacchi, i più alti che ho è che mai più mi faranno male alle gambe, perché adesso so cosa sia male alle gambe, sognavo di indossare quelle bellissime scarpe invece che quegli scarponi stretti, sognavo una maschera sul viso invece che la pelle arsa dalla sete che non si placa, lo smalto alle unghie invece che le mani imbrigliate dai bastoni per aiutarmi ad andare avanti.

Sognavo e camminavo.
Sognavo ma camminavo.

Non cosa mi abbia fatto andare avanti, forse la forza della disperazione.

Dopo il lungo percorso, Daniela ci aveva avvertito “Vediamo Monteriggioni molto lontano e molto il alto”.
Proprio il tipo di incoraggiamento che ci vuole.

Ed é stato così. Quando ho visto la sagoma di Monteriggioni così lontana, su una rupe altissima mi sono sentita sconfitta.
Ma ho continuato, anche grazie a Daniela e Angela che hanno accettato il fatto che fossi sfinita e mi hanno incoraggiato.
Guardavo solo il percorso, mettevo un piede davanti all'altro, destro, sinistro, destro, sinistro, usavo le bacchette per darmi forza e alla fine siamo arrivate alle pendici e abbiamo visto un viottolo che saliva sino in paese.

Forse é proprio vero che la forza te la dà la testa, perché quando ho visto che ero quasi arrivata, improvvisamente mi é venuta un po di energia, o forse ho dato fondo a quel poco che mi era rimasta, che avevo conservato per l'ultimo sforzo e che non sapevo di avere.

Ho fatto come facevo coi bimbi piccoli quando dovevamo affrontare un lungo viaggio e si lamentavano “Quando siamo arrivati?” E io dicevo, contiamo fino a 30, fino a 50.
Stamattina io guardavo la porzione della salita prima di una curva, dietro cui sapevo ci sarebbe stata un'altra salita, e mi dicevo: 50, ma arrivavo a metà salita e avevo quasi ultimato i numeri, allora ripartivo da zero. Non so quante volte l'ho fatto. Non so quante volte ho detto 8-9-10-1-2-3....

Ma sono arrivata. Sanguino ma non mollo.

E stamattina, nonostante tutto, non ho mollato.




Certi luoghi

Sto scrivendo dal camping del pellegrino di San Giminiano dove sono arrivata oggi.
Non è stata una tappa impegnativa, meno di 15 chilometri, forse per lasciar godere appieno di quella meraviglia assoluta che è la cittadina di San Giminiano e il paesaggio che lo circonda.
Oggi ho potuto godere appieno delle bellissime colline toscane con i suoi crinali dolci, pettinati da filari di viti, olivi, boschetti, file di cipressi. Uno spettacolo assoluto in cui natura e duro lavoro dell'uomo si fondono in una perfezione unica, fatta di quiete, amore e rispetto. E qua e là, l'uomo ha voluto mostrare la bellezza di cui è capace inventando borghi, chiese, pievi millenarie che lasciano senza fiato, testimoni di un passato che non è passato, ma vivo in mezzo a noi.

E’ pura bellezza.

Cosi, mentre camminavo, non potevo non fare un confronto con New York, coi suoi grattacieli impressionanti, torri altissime, cemento e acciaio, lusso e denaro, potere e fretta, rumore e folla, poi mi ritrovo qua e vedo boschi e campi coltivati, case di pietra secolari, capitelli intagliati a mano, pievi secolari e strade silenziose su cui risuonano solo i tuoi passi, senza asfalto, rumore alcuno, solo pochi pellegrini e ogni tanto qualche persona che ti saluta e si ferma a fare due chiacchiere con te, quasi sorpreso dall’Interesse e movimento attorno alla Francigena. In questo giornate c'è un silenzio tale che potresti sentire il rumore dei tuoi pensieri, se non fossi costretto ad andare avanti per raggiungere la tappa successiva. Mi sembrava di aver fatto un salto in dietro nel tempo, dal futuro prossimo al passato più remoto, e non so quale preferire.

Non so cosa sia, forse l'influsso di questi luoghi magici e millenari, ma devo dire anche un'altra cosa. Un po mi vergogno di essermi lamentata così tanto della tappa di ieri. In fondo io cammino con lo zaino sulle spalle e arrivo ad un punto di sosta la sera, mi posso rifocillare, riposare, fare una doccia.
Oggi, davanti a questo boschetto dal quale scrivo, io mi sento di dover pregare, per la prima volta dopo tanti anni, non Dio, che so non esserci, ma quel Qualcuno che spero ci sia e guardi i nostri passi.
Sento di voler pregare per tutte quelle migliaia di persone che fuggono dalle loro terre, affrontano camminate ben più impressionanti di questa mia, giungono a noi stremati con bimbi piccoli (non oso immaginare come abbiano potuto fare, io penso che mi lascerei morire) e ci sorridono.

A tutti quei “pellegrini” di terre e fedi lontane, dedico questa mia fatica, sperando che nessuno più sia costretto a camminare giorni, settimane intere, senza sosta e sotto il sole o il mare in tempesta, ma possa solo scegliere di farla

Fino a San Giminiano

Gambassi terme-San Giminiano

É quasi sera al Campeggio del Pellegrino e sto scrivendo sul tavolino fuori dal bungalow dove sono alloggiata.

La pineta davanti a me, che corre lungo tutto il dorso della collina, copre parzialmente il sole che sta scendendo alla mia sinistra, ma tra le fronde degli alberi riesco ad intravedere le  torri di San Giminiano sulla collina di fronte.
Si sente solo il rumore delle cicale in questa sera perfetta, con una temperatura invidiabile, calda ma non soffocante, leggermente ventilata.
Si è appena posato un uccello di cui non conosco il nome sul ramo che dà sul tavolino.

Quanta quiete.

Gli ospiti del bungalow di fianco al nostro sono andati a cena. Sono anche loro dei ragazzi giovani, li ho conosciuti perché ho chiesto loro come fare una cosa con l'IPad e sono stati gentilissimi.

Quanti ragazzi giovani sulla Francigena.
Non l'avrei mai immaginato. Pensavo che andassero tutti a Ibiza, Rimini o Mikos, invece ce ne sono tanti. Avrei creduto che fosse una scelta più “matura” ma evidentemente mi sbagliavo.
Quante cose sto scoprendo.

Forse é questo luogo quasi mistico, questa temperatura stupenda di fine sera, il sole che sta scendendo che mi fanno essere più intimista.

O forse è stato il sole di ieri che mi ha cotto il cervello...


Proprio non ce la facevo più...

 In queste foto, invece, forse era ancora mattina presto e io cercavo di darmi un contegno o forse avevo ancora energia a sufficienza per sorridere e farmi fare delle foto.

Adesso viaggio con Angela e Daniela, due ragazze di Roma, nelle foto sopra. Le chiamo ragazze semplicemente perché hanno circa la mia età.
Abbiamo lo stesso passo, cioè ogni tanto ci concediamo una sosta, puntiamo ad arrivare il prima possibile senza sfinirci.
Daniela (nella foto è quella col cappello bianco) é la nostra guida, tiene controllato la mappa della strada e non sbaglia mai. Io sono ben felice di averle lasciato questo impegno e Angela non mi sembra preoccupata di non avere il comando della situazione.

Stamattina ci siamo ritrovate alle 6.30 nella piazza principale di Gambassi per partire per San Giminiano. Ci avevano detto che saremmo stati all'ombra e che ci sarebbero state meno salite. A me sono sembrate parecchie, anche se al fresco è tutta un'altra cosa. Mi rendo conto che a luglio e agosto la strategia migliore é alzarsi di buon mattino e puntare ad arrivare entro l'una o le due. Dopo ci si cuoce. Meglio riposarsi una volta in ostello, finita la tappa.

Definire il paesaggio davanti ai nostri occhi come incantevole é riduttivo: appaga l'anima.

San Giminiano é una gemma su una collina.
L'abbiamo vista da lontano che si stagliava all'orizzonte, imponente con le sue torri, rassicurante col suo profilo massiccio.
Immagino nel medioevo come doveva apparire al visitatore: forte e ricca, sicura e un centro di vita.






Io però mi chiedevo come potesse essere che salivamo, salivamo, salivamo e non scendevamo mai e San Giminiano fosse su una collina.
Ancora adesso non me lo spiego.

Comunque poco dopo le 11 siamo arrivate e abbiamo varcato la porta d'accesso alla città.
Abbiamo preso possesso di quello che ci era sembrato il posto migliore: una piazzetta subito dopo la porta, con due panchine all'ombra e la fontanella per dissetarsi. Dopo venti minuti abbiamo visto il gruppo dei legionari con passo spedito e deciso entrare alla conquista della città.
Noi intanto, da vecchie babbione, ci eravamo tolte zaino, scarponi e calze, messe le infradito e ci sentivamo a casa.

Daniela, la bancaria di Roma, ha cominciato a darsi da fare per sapere tutte le informazioni per la tappa di domani. É di circa 28 km ma ci avevano detto che si può accorciare.
Una volta arrivata in un posto devi cominciare a pensare alla tappa successiva.
Ovviamente devi far conoscenza con i locali, cioè i due uomini sulle panchine di fianco a noi. Ovviamente, se chiedi la strada a due uomini, questi si mettono subito a discutere perché ognuno sa una strada migliore dell'altro. “si tu va destra, dopo tu prendi quella strada lá e arrivi prima” “nun é vero. Va di là che nun sbagli”.

Dopo circa un quarto d'ora di conciliabolo, ci é sembrato che il Professore, chiamato così perché insegnava a giocare a biliardo, fosse più ferrato e Daniela si è fatta spiegare tutto.
Nel frattempo sono tornati Cesare e il suo gruppo perché quello era l'unico  punto con l'acqua.

Ho notato che c'è una grande solidarietà tra pellegrini, basta dire “Fai la Francigena?” per qualificarti subito come “vicino”, in più io avevo fatta una tappa con loro. É stato naturale fare due chiacchiere.
L'argomento di conversazione tra i pellegrini é abbastanza stereotipato “da dove sei partito oggi, com é stata la tappa di ieri, domani dove vai?”, insomma tutte cose abbastanza normali.

Noi però avevamo una notizia bomba: la possibilità di accorciare il percorso.

Del gruppo ha parlato solo Cesare, gli altri si sono appoggiati al muretto e hanno chiacchierato tra di loro.

Domani dove andate, ha chiesto Daniela.
“Monteriggioni”
“Fate la normale? Sono circa 28 km”
“Si”
“Noi facciamo la variante per Colle Val del’Elsa, si taglia fuori qualche chilometro.”
“Ah”
“Voi non tagliate?”
“Si, forse”
“Per dove?”
“Si chiama bus”.



Scene da Francigena; i panni stesi ad asciugare in modo da averli pronti la mattina dopo.