Monday, 1 August 2016

San Giminiano-Monteriggioni

Sono le 4.20 di pomeriggio e sto scrivendo dalla cucina dell'ostello del pellegrino di Monteriggioni, anch'esso paese di cui non conoscevo l'esistenza fino ad una settimana fa.
Questo é l'unico ostello dove sono stata fino ad adesso in cui ci hanno messo a disposizione la cucina attrezzata, negli altri solo il letto e, se eri fortunata, la cena e la colazione non comprese nel prezzo. Qua invece c'è caffè, una mega caffettiera, un po di pasta, qualche tegame non proprio nuovissimo, insomma quanto basta per tirar fuori qualcosa da mangiare. Probabilmente stasera ci faremo qualcosa.

Peccato che il posto non sia proprio immacolato altrimenti sarebbe il posto migliore in cui sono stata. Non voglio offendere nessuno, ma giurerei che le pulizie le fa un uomo.

Oggi é stata una tappa molto dura, in cui ho cominciato a dubitare di me stessa. Forse ho preteso troppo, forse pago la mancanza di preparazione specifica, forse non sono così indomita come credevo e la Francigena mi sta fiaccando, forse non avrei dovuto mettere in ballo tutto sto carrozzone col blog, la raccolta fondi così potrei inventare una scusa plausibile tipo una storta, una febbriciattola improvvisa, o qualsiasi altro motivo che mi costringesse a tornarmene a casa, sul divano a guardare la televisione invece che scarpinare per l'Italia. Per cosa poi?
Oggi mi vengono e pensieri negativi.

La mia filosofia di vita, fino ad adesso, é sempre stata “sanguino ma non mollo” e oggi ho sanguinato.

Non mi sto riferendo solo alla vescica che mi è venuta (fa parte dell'esperienza, mi dicono), ma alle gambe di marmo che non si piegano, lo zaino che non mi trancia più le spalle ma mi trafigge la parte bassa della schiena, la stanchezza di ogni passo, la sete infinita, la testa vuota che non vede la bellezza profusa davanti a me (oggi non ho neanche fatto una foto perché il pensiero di tirare fuori il cellulare o l'IPad mi sembravano insopportabili), la sensazione di sfinimento.

Ieri ero così contenta, oggi invece no. Sono solo stanca.
Vorrei sapere se sono di gelatina io o é una fase transitoria, che poi si supera.

E non sono un po giù di corda perché ci siamo alzati alle 4 di mattina per camminare col fresco, ma perché sono stanca, stanca, stanca.

Stasera prendo l'altra mezza aspirina e speriamo che il dolore cali, spero di riposare riuscendo a trovare una posizione in cui non mi faccia male nessun muscolo, in modo che anche la testa possa andare avanti.

Questi viaggi si fanno con la testa, non con le gambe.

E se le gambe non vanno, dove va la testa?
Vedrò di indagarlo stesa sul divano al ritorno.
Adesso non ho tempo e devo andare avanti.

Oggi, mentre cercavamo di percorrere gli ultimi chilometri, ed ero sfinita già a metà percorso pensavo a chi me l'ha fatto fare. Potevo stare zitta e nessuno avrebbe saputo di niente.
Oggi sognavo solo il divano, la TV accesa, una maschera idratante sul viso, farmi le unghie e mettermi i tacchi.
Si, non mi vergogno a dirlo, sognavo di mettermi i tacchi, i più alti che ho è che mai più mi faranno male alle gambe, perché adesso so cosa sia male alle gambe, sognavo di indossare quelle bellissime scarpe invece che quegli scarponi stretti, sognavo una maschera sul viso invece che la pelle arsa dalla sete che non si placa, lo smalto alle unghie invece che le mani imbrigliate dai bastoni per aiutarmi ad andare avanti.

Sognavo e camminavo.
Sognavo ma camminavo.

Non cosa mi abbia fatto andare avanti, forse la forza della disperazione.

Dopo il lungo percorso, Daniela ci aveva avvertito “Vediamo Monteriggioni molto lontano e molto il alto”.
Proprio il tipo di incoraggiamento che ci vuole.

Ed é stato così. Quando ho visto la sagoma di Monteriggioni così lontana, su una rupe altissima mi sono sentita sconfitta.
Ma ho continuato, anche grazie a Daniela e Angela che hanno accettato il fatto che fossi sfinita e mi hanno incoraggiato.
Guardavo solo il percorso, mettevo un piede davanti all'altro, destro, sinistro, destro, sinistro, usavo le bacchette per darmi forza e alla fine siamo arrivate alle pendici e abbiamo visto un viottolo che saliva sino in paese.

Forse é proprio vero che la forza te la dà la testa, perché quando ho visto che ero quasi arrivata, improvvisamente mi é venuta un po di energia, o forse ho dato fondo a quel poco che mi era rimasta, che avevo conservato per l'ultimo sforzo e che non sapevo di avere.

Ho fatto come facevo coi bimbi piccoli quando dovevamo affrontare un lungo viaggio e si lamentavano “Quando siamo arrivati?” E io dicevo, contiamo fino a 30, fino a 50.
Stamattina io guardavo la porzione della salita prima di una curva, dietro cui sapevo ci sarebbe stata un'altra salita, e mi dicevo: 50, ma arrivavo a metà salita e avevo quasi ultimato i numeri, allora ripartivo da zero. Non so quante volte l'ho fatto. Non so quante volte ho detto 8-9-10-1-2-3....

Ma sono arrivata. Sanguino ma non mollo.

E stamattina, nonostante tutto, non ho mollato.




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