Thursday, 10 August 2017

E poi…

Parlare della bellezza di Roma è come dire che l’acqua è bagnata. Una cosa inutile e scontata. 

Eppure ogni volta che la vedo non trovo le parole. Avrei voluto rivedere ancora la cappella Sistina, ma la coda era interminabile. Così siamo andati sulla cupola e la visone dall’alto di Roma e della Piazza è sempre da togliere il respiro.

Per pranzo ho mangiato le due pesche noci che mi erano avanzate da ieri mentre gironzolavo. Non volevo perdere del tempo in un bar, troppe le cose da vedere.

Keyes mi aveva lasciato perché doveva sistemare una faccenda col suo telefono che non funzionava. E’ stata una persona splendida e a cui auguro ogni bene. Diceva che anni prima aveva promesso a se stesso che ogni anno avrebbe fatto un pellegrinaggio per ringraziare Dio o il cielo di tutto quello che la vita gli aveva dato. Normalmente si fa per chiedere una grazia o per un voto: io faccio questo e tu mi dai quello, lui per dire grazie, e non di una cosa in particolare, di tutto, della vita, di suo figlio che gli sta vicino e di quella figlia che lo tiene in disparte. 
Anche in questa scelta Keyes è una persona speciale. Mi ha mandato un messaggio ricordandomi che la vita è un dono e ogni giornata va vissuta intensamente, come se fosse l’ultima. Mai recriminare o vedere il male della gente o del mondo. Al contrario, cercare il bene e questo sarebbe arrivato prima o poi. Dovrei fare come lui.

Adesso sono a casa, ho già lavato e messo via tutta la roba che ho usato, fatto le pulizie e tutto mi sembra lontano. La mattina mi alzo e guardo la tivù sul divano, faccio zapping fino a quando voglio, niente più sudore che cola dappertutto, caldo, dolore alla schiena per lo zaino pesante o alle gambe per il chilometri macinati. Niente sveglia alle cinque di mattina, partenza all’alba e la sera a letto con le galline, dormire in letti scomodi, camere minuscole, docce con acqua freddina. Niente più scomodità medioevali, se voglio andare da qualche parte prendo la macchina e in poco tempo sono a destinazione.

Richard e Anita dicevano che questi viaggi ti segnano. C’erano momenti in cui ero d’accodo anch’io, anche se in un altro senso. 

Pensavo che mai più in tutta la mia vita avrei sottoposto il mio fisico ad uno sforzo così massiccio, le mie gambe a una simile fatica e la mia schiena a portare tutto quel peso. Così come non avrei più dovuto sopportare il sudore, caldo, zanzare e mosche, gambe e braccia graffiate dai rovi o la pelle del mio viso che mostrava la fatica. Per non parlare dello spirito. Chi mi aveva costretto? Chi mi costringeva a farlo? Cosa volevo dimostrare, e a chi?

Chiara, Giacomo e Lorenzo mi hanno mandato i complimenti con faccine sul cellulare e incitamenti vari lungo il percorso. Lucio mi ha detto che ho dimostrato una volta in più la mia tenacia e mia madre mi ha detto che ho fatto bene a terminare quello che avevo iniziato.

L’ho fatto per loro? Per la loro approvazione e plauso? Per dimostrare la mia determinazione? Ne avevo bisogno?

Non lo so.

Oggi sono qua davanti al computer con solo tante domande.


Ma guardo le foto della Francigena e, lentamente, sorrido. 



Roma 4 agosto 2017

Sto scrivendo dalla modesta cameretta dell’albergo gestito dalle suore nel quale mi trovo. E’ piccola ma ha tutto quello che serve, compreso un piccolo bagno personale, un vero lusso. E se mi sporgo dalla mia finestra, appena un po’ di più di quel che sarebbe consentito, alla mia sinistra posso vedere un pezzetto di  una costruzione che va verso il cielo, rotondeggiante e bianca nel buio della sera, una cupola, la cupola di Michelangelo, la cupola per eccellenza.

Sono a due passi da San Pietro, dal Vaticano, da Roma, dal centro del mondo, dal centro di tutto, del mio viaggio, della mia fatica, il mio punto d’approdo e di arrivo. Sono qua. Stavolta ci sono arrivata. Posso sentire la stessa brezza che sente il papa, il ponentino che passa attraverso il colonnato, la frescura della sera che rinfresca la Cappella Sistina. Non esiste luogo più magico e importante per me stasera.

Sono a Roma.

Arrivarci non è stato facile.

Come ho già avuto modo di dire tante volte, Keyes è una persona davvero meravigliosa, in ogni senso, non solo per la sua storia personale che sembra un libro di storia dopo la seconda guerra mondiale, ma perché parla sempre di benevolenza, riconoscenza, affetto, comprensione, amore verso il prossimo, principi che lui mette in pratica in ogni gesto quotidiano. Secondo me ha visto talmente tanto orrori quando era un militare in Germania durante la Guerra Fredda o in Vietnam, che il suo animo mite ha deciso di conservare dentro di sé solo il buono delle persone e della vita. E ha deciso di trasmetterlo agli altri affinché nessuno veda più quello che ha visto lui.

Ma ha un difetto: non puoi lasciarlo cinque minuti da solo che attacca bottone con chiunque, di qualsiasi lingua o età, si mette a parlare per ore, raccontando la sua vita e ascoltando quella degli altri. Se questa persona ha poi uno zaino sulle spalle, ecco che diventa suo fratello o sorella. E’ successo così anche con me sulla salita di Radicofani; è stato lui il primo a parlare e cercare un dialogo. Una volta chi ho detto che se gli alieni invadessero la terra, visto che di sicuro invadono gli Stati Uniti, il suo governo dovrebbe mandare lui a fraternizzare con loro, e il mondo sarebbe salvo. 

Oggi però la situazione ci è sfuggita dalle mani.

La tappa ci doveva portare a Campagnano di Roma. Ancora due tappe poco impegnative e saremmo arrivati; eravamo contenti. Ma lungo il tragitto, il caldo eccezionale di questi giorni si è fatto sentire in tutta la sua brutalità. Non ce la facevamo ad andare avanti, ogni passo ci costava sempre di più nel caldo umido che si sentiva già dalla prima mattina. Persino Richard e Anita, che di solito vanno come un treno, faticavano lungo le salite al sole, cercavano del fresco che non si trovava, e non brontolavano se chiedevamo di fermarci un poco all’ombra di un unico alberello. Anche fare la pipì non era considerata più una sosta perché oggi eravamo piegati dal caldo.

Così siamo arrivato con quasi un’ora in più del previsto a tre quinti del tragitto, nel punto in cui avevamo deciso ci saremmo fermati per la colazione, un paesello sperduto del quale ho già dimenticato il nome. A quel punto Keyes ha detto che avrebbe preso l’corriera per Campagnano. Perfino Anita ha vacillato, poi ha deciso di continuare, ma io ho detto che i restanti 10 chilometri me li sarei fatta in corriera. Avevo i luccichii agli occhi, segno inequivocabile di pressione troppo bassa. In quel momento ho pensato che non aveva senso fare la martire e rischiare. Non avrei certo annullato tutto quello che avevo fatto per un po’ di autobus.

Così, mentre gli altri due sono partiti, io e Keyes siamo rimasti seduti al bar. Mente ero in bagno, lui ha fatto amicizia con Paolo ed Emma, due ragazzi che stavano facendo la Francigena. Avevano deciso di prendere la corriera perché lei aveva male alla caviglia e non voleva sforzarla. Avevano un faccino dolce e innocuo, invece sono stati la fonte dei nostri guai. 

Sembravano così sicuri di quello che facevano che ci siamo fidati e abbiamo preso la corriera con loro, poi dopo un po’, all'improvviso, ci hanno detto di scendere perché eravamo arrivati a destinazione. Non sapendo nulla di Campagnano ci siamo fidati. Loro si sono avviati verso un gruppo di case e noi siamo andati in tabaccheria per chiedere informazioni sul nostro alloggio perché non riuscivamo a localizzarlo con cellulare. 

Così abbiamo saputo che non solo non eravamo a Campagnano, ma nessuno sapeva come arrivarci a piedi, non eravamo sulla Francigena ed eravamo su una delle tante statali che dalla campagna arrivano a Roma. Praticamente nel mezzo del nulla.

Non sapendo cosa fare, abbiamo visto due poliziotti in lontananza che stavano facendo le multe con il Velox, così ho deciso di andare a chiedere a loro.

Mi sono resa conto mentre parlavo di non aver iniziato col piede giusto.
“Ma qua dove siamo?”
“Ma voi chi siete?”

Mentre Keyes stava fraternizzando con uno dei due e gli stava raccontando di Santiago, della Francigena e tutto il resto, l’altro poliziotto, capito il problema si è dato da fare per aiutarci. Gli automobilisti ci dovrebbero essere riconoscenti, perché li abbiamo tenuti impegnati per un bel po’. 

Praticamente è saltato fuori che se avessimo continuato sulla corriera nella quale eravamo, dopo alcune fermate avrebbe preso una deviazione da cui avremmo potuto raggiungere Campagnano a piedi in poco più di 5 km. Se invece fossimo rimasti sopra, saremmo andati in un punto da cui, in 15 km, avremmo potuto raggiungere La storta, la nostra tappa di domani. 

Li eravamo nel mezzo del nulla, senza possibilità di raggiungere uno dei due comuni a piedi, visto i pericoli sta della strada sulla quale ci trovavamo e la mancanza di strade secondare di collegamento. Non c’erano neanche mezzi pubblici perché sono paesini minuscoli, mal serviti perché la gente si sposta in macchina. Per raggiungere Campagnano avremmo dovuto prendere una corriera, fermarci in un punto, prenderne un’altra per Viterbo e da li prendere di nuovo il collegamento per Campagnano. “Noi c’eravamo due giorni fa a Viterbo!”

Il poliziotto ci ha anche detto “Se volete venire a Sutri…” “C’eravamo stamattina a Sutri!”

Quel poliziotto ha fatto davvero tutto il possibile per noi, ma eravamo bloccati lungo quella statale polverosa e trafficata, e dovevamo decidere cosa fare. Di Paolo ed Emma nessuna traccia. E io che mentre scendevo di corsa dalla corriera gli avevo detto “Meno male che ci avete avvisato…”

L’unica alternativa fattibile era andare a prendere l’ultima corriera della giornata, distante circa 7-8 chilometri,  per un punto da cui poter prendere il treno per Roma. A me è sembrata una disgrazia.

Dopo tutta quella fatica non poteva essere possibile che l’unico modo per uscire da quel buco fosse andare direttamente a Roma con qualche mezzo. Io volevo solo fare gli ultimi 10 km della mattina in corriera perché mi sentivo debole come mai, non saltare tutto quel tragitto.

Mi è venuto in mente l’anno scorso, quando mi ero dovuta fermare, la disperazione e la rabbia che avevo provato: non poteva essermi capitato anche quest’anno. Mi sarei messa a piangere, invece non ho potuto fare altro che incamminarmi verso la fermata, e anche in fretta perché avremmo rischiato di non prenderla se ci fossimo attardati ancora. Keyes cercava di consolarmi dicendo che forse era un segno del destino, che dovevamo prendere il buono di quell'esperienza, ma niente mi poteva sollevare il morale. Mi sono sentita in colpa per aver scelto la corriera invece che continuare, per non aver stretto i denti, anche a rischio di svenire o metterci il doppio degli altri.

Alla fermata Keyes ha fatto amicizia con un filippino che si è incaricato di portarci fino in stazione da cui prendere quel maledetto treno per Roma, che siamo riusciti a prendere solo perché in ritardo.

Appena ho visto il controllore, l’ho bloccato e gli ho chiesto informazioni. E’ saltato fuori che quel treno faceva altre fermate prima di quella verso il centro di Roma, di cui una solo a 15-18 km da San Pietro. A me non è sembrato vero.
“Ma siete sicuri!?!? Saranno 15-18 chilometri”
“ Esatto! Saranno tre ore di cammino” Finalmente una buona notizia dopo una simile giornata.
“Ma… voi… avete pagato il biglietto intero”
“Fa lo stesso. Andiamo a piedi”. Non stavamo più nella pelle dalla gioia.

Appena messo piede fuori dalla stazione abbiamo capito che era stata un’idea infelice. Il caldo straordinario di quel giorno, unito al caldo eccezionale dei giorni prima avevano talmente saturato l’aria che era diventata irrespirabile, sembrava davvero di soffocare. In quello stradone di quella brutta periferia romana, noi zigzagavamo per cercare un po’ d’ombra, un bar che non c’era, andando avanti a forza d’inerzia e disperazione. Eravamo nel pieno del mezzogiorno, ormai senz’acqua così abbiamo chiesto ad una signora affacciata alla finestra di darcene un po’. Ci abbiamo messo ben più di tre ore. 

Ad un certo punto la città ha cominciato a cambiare: i brutti casermoni hanno lasciato il posto a bei palazzi, piccoli giardini, fontanelle di cui Roma è ricchissima, poi frotte di turisti, negozi e bar. Quando finalmente ho visto questo muro, ho riconosciuto le mura vaticane e ho capito che eravamo quasi arrivati.

E poi, dopo una curva, in lontananza ho visto una serie di colonne inconfondibili: il colonnato del Bernini.

Crescendo e diventando matura ho compreso una cosa che da giovane sentivo in maniera confusa: l’importanza dell’arte. Non solo mi è sempre piaciuta e mi ha nutrito per tanto tempo, ma negli anni bui mi è stata di conforto, il mio salvagente e la mia mente si è immersa nella letteratura e nei libri 
per proteggersi. Durante il mio viaggio verso Roma, tante volte ho avuto modo di decantare la bellezza di luoghi, tramonti, boschi, o vedo persone incantarsi davanti agli spettacoli della natura o di animali. Io “capisco” che sono belli, ma non li sento. Mi dispiace ma è così. Loro sono muti e io sono sorda. Niente mi parla come l’arte. 

Avrei tanto voluto abitare in una città piena si storia per goderne ogni giorno, ma non mi è stato concesso. 

Non sono certo un’esperta e non ho visto tanti monumenti, ma mai niente e nessuno per me può eguagliare san Pietro e il suo splendido, unico colonnato. Ricordo quando ci sono stata con la Chiara piccola. Ci siamo arrivate di prima mattina, splendeva il sole sulla facciata e nella piazza semi deserta io vedevo la luce che si rifletteva sulle colonne, gli girava attorno, le abbracciava: era come un vortice di luce, grazia e bellezza pura. In quel momento ho avuto la sensazione fisica e palpabile, oltre che dell’abbraccio, di essere al centro del mondo, dell’universo o, come diceva una mia prof, della scaturigine del tutto. 

Non so dove sia Dio, mi dicono abiti qua, e posso capirne il perché.

Sono corsa verso il colonnato, cercando un varco tra le transenne per camminarci dentro e mentre guardavo l’eleganza delle forme, la semplicità delle linee, la purezza del biancore del marmo ho cominciato a piangere. All'ombra delle morbide colonne che non riuscivo a non accarezzare, io camminavo e piangevo, in silenzio, di gioia e ammirazione, gratitudine e felicità per la vita, i miei figli splendidi, per essere finalmente arrivata in quel luogo, per tutto quanto di bello e immenso c'è nella vita. 

Nulla è paragonabile alla maestosa bellezza di quella piazza che libera i sentimenti più intensi che tante volte tengo chiusi dentro di me.

Sarei voluta rimanere ancora per pochi istanti…pochi minuti…tutta la vita, ma il pellegrino sa che quando arriva ad una tappa, la prima cosa che vuole fare, ancora prima di bere o sedersi, è il timbro sulle credenziali.




Dopo l’immancabile foto in San Pietro, ancora vestiti da pellegrini, sorridenti e felici, ci siamo avviati alla ricerca di un alloggio per dormire, che ovviamente non avevamo prenotato il giorno prima. Così siamo andati a chiedere informazioni in un ufficio. Io sapevo di essere sudatissima e puzzolente per tutta la strada fatta durante la giornata, ma quando ho visto la signora allontanarsi da me per rispondermi, ho avuto chiara l’idea dello stato in cui fossi.

C’era un alloggio abbastanza vicino, un po’ più caro di quello che i pellegrini vorrebbero spendere, ma ormai erano le quattro del pomeriggio e non ce la sentivamo di andare in giro per Roma per cercarne un altro più economico, così ci siamo fermati.

Di solito, all'arrivo di una tappa, dopo una doccia ci si concede un po’ di meritato riposo, ma a Roma non si dorme. Alle quattro e mezza eravamo già pronti per andare in giro. Keyes è voluto andare fino al Circo Massimo e al Colosseo passando per il Gianicolo a piedi. Alle dieci di sera, quando siamo rientrati a San Pietro eravamo distrutti e il FitBit di Keyes, quell’aggeggio che tiene il conto dei passi che fai, segnava intorno a 50 chilometri fatti.

Ma non sentivo la stanchezza.

Almeno non tutta.


Domani ci attende San Pietro. 

Sutri, 3 agosto 2017

Stamattina siamo usciti presto, alle 5.20 eravamo già fuori dai cancelli del convento delle suore Benedettine. Volevamo camminare il più possibile col fresco. Abbiamo fatto bene, mi hanno anche fatto i complimenti per come sono riuscita a stare al passo. A dire il vero, il fresco, forse le gambe riposate dai due giorni in cui oltre al tracciato ho camminato ben poco mi hanno aiutata, e anche i pensieri negativi se ne sono andati. 

Stamattina mi sentivo piena di energia e ho assaporato il cammino. Oltretutto è stato magnifico, quasi per intero all'ombra di alberi secolari, pieni di fronde che regalavano una frescura invitante, prima il bosco all'uscita di Vetralla, poi un noccioleto immenso: Anita ha detto che c'era la produzione di nocciole per l'Italia intera, poi siamo arrivati a Caprinica per una sosta dopo aver fatto circa 14 km, poi ancora in un bosco meraviglioso, fresco e intatto. Oggi è stata faticosetta per il ritmo che abbiamo tenuto, ma per nulla impegnativa. Fatta con assoluta calma deve essere un piacere. 








Mentre ero per i boschi, mi veniva in mente che io e la Dani avevamo detto che a 60 anni avremmo fatto tutta la Francigena, da Canterbury a Roma. Ora non so se potremo ricucire lo strappo che c'è stato, spero di sì perché mi dispiace molto, mi mancano le nostre chiacchierate e le nostre confidenze, ma se mai lei vorrà portare a termine quel progetto, io la accompagno a Canterbury e la accolgo a Roma con gli striscioni. Per il resto sto sul divano. Dicono che dopo un po' dimentichi la fatica e ricordi solo il piacere del cammino. Boh, sarà cosi, ma non sono certo una che può sopportare lunghe sessioni continue di cammino. Penso mi manchi la motivazione, non so come dire... mi piace viaggiare forse più che viaggiare camminando. 

Adesso io e Anita siamo molto in sintonia e devo dire che mi trovo molto bene con lei. È abituata a vivere da sola, è una donna indipendente e forse anche un po' autoritaria, tipica di chi si è costruita tutto da sola,  le piace la sua indipendenza e fare tutto pensando solo a se stessa. Questo si vede, ma non ci scontriamo su queste cose perché camminiamo assieme, non viviamo assieme. Le prime volte era molto cortese  ma in modo distante, ma noto che man meno che passano i giorni si apre sempre di più e ci scambiamo confidenze. Certo che vivere nella stessa camera, andare in giro in mutande e condividere lo stesso bagno aiuta tanto.
E forse fa piacere ad entrambe.

Mi ero sbagliata su di lei, ha anche un lato gentile e compassionevole, semplicemente lo tiene nascosto. Proviene da una cultura diversa con punti di riferimento diversi, ma non per questo sbagliati, è abituata a dire le cose in maniera diretta e senza tanti addolcimenti. E il fatto di avere tutta la sua vita sulle sue spalle e di dover bastare a se stessa l'ha condizionata. 

Dopo una lunga pennichella, siamo uscite per andare al supermercato a comprare la frutta per domattina e poi a visitare Sutri. Se Viterbo e Vetralla non mi erano piaciuti per niente, Sutri invece mi ha colpito tanto, e una città scavata nel tufo che sembra uscita dalla preistoria.
Lei, Richard e Keyes continuano a rimanere incantati ogni qualcosa entriamo in una chiesa, ma a  me sembra di vedere anche tanto degrado. Questi sono paesi dimenticati che si stanno spopolando. Come far loro torto? Non sono adatti per i ritmi moderni con tutte queste strade in cui non puoi arrivare con la macchina, su e giù, case appiccicate. Bellissimi da vedere ma poco pratici da viverci. Ricordo che a Radicofani dicevano che quest'anno erano nati solo due bimbi, da più di 3000 abitanti che c’erano anni fa ne erano rimasti 300 residenti. Peccato perché sono bellissimi. La Francigena potrebbe essere un modo per dare un piccolo respiro economico a questi paesi ma loro sembrano non capirlo. L'accoglienza pellegrini è cara e quest'anno ce ne sono molti meno dell'anno scorso.   

Oggi Richard è voluto andare a tutti i costi in albergo, solo per avere il fresco dell’aria condizionata e Anita si è scocciata. Ne è nata una piccola discussione perché lei ha detto che è on budget, cioè deve stare attenta a quello che spende, visto che si vuole concedere altre settimane di ferie in Croazia e a Praga e Richard, quando lo stavamo prenotando, se ne è uscito con questa frase “non ho problemi a pagare di più”.

Ma come fa?

I primi giorni pensavo fosse in pensione e si stesse godendo il meritato riposo dopo anni di lavoro, poi ho scoperto che non è così vecchio allora, considerando tutti i viaggi in giro per il mondo che dice di aver fatto, l’ho immaginato erede di una famiglia ricchissima australiana: come altro poteva fare?
Sono annoiato della mia vita e mi faccio la Francigena per tre mesi, quando torno mi faccio quel giro del Giappone, l’anno prossimo quel cammino che dall’Inghilterra porta fin in cima alla Scozia e quest’inverno quelle camminate a Berlino.
Chi è quest’uomo? Che sia un camminatore di professione o uno in giro per una di quelle trasmissioni televisive che ogni tanto guardo? Non lavora, non ha orari, impegni, vacanze e budget limitati?
E come fa ad essere jobless e a permettersi tutto questo?

Parlando con lui emerge il suo disprezzo per la società nella quale vive che considera una prigione. Vuole vivere viaggiando, sentendosi libero. Chi non lo vorrebbe?
Ma chi paga?

Anita mi ha detto che prima pagava mammina, poi i soldi hanno cominciato a scarseggiare e adesso paga il governo australiano. A suo tempo è stato un figlio dei fiori, adesso è troppo anziano per continuare ad esserlo, ma lui non vuole integrarsi nella società e vuole vivere secondo le sue regole, che comunque comportano buon cibo in buoni ristoranti, buon vino, viaggi e droghe ogniqualvolta deve combattere la noia.

Visto che adesso non ha accesso a tutti i benefit che vorrebbe, e che sente suoi di diritto, perché ha un gruzzoletto da parte, ha deciso di dissiparlo per dimostrare al suo ritorno che è indigente e farsi aumentare il sussidio.
A me non sembra la strategia più intelligente, Anita era furibonda, e la capisco.
Adesso capisco tante sue frasi e atteggiamenti insoliti. Bello fare la vita che vuoi e non pagare per le tue scelte.


Ma sulla Francigena la scala di valori è diversa. Richard è sicuro, affidabile, generoso e capisce quando uno è in difficoltà, e questo è per me quello che conta.



Vetralla 2 agosto 2017

All'uscita di Viterbo

 Lo stesso tempo che ieri ci abbiamo messo per riuscire ad entrare dentro Viterbo ce lo abbiamo messo anche stamattina per poterne uscire. Se mai mi tornerà in mente di tornarci, ci vengo in treno o in macchina. 

Abbiamo perso un sacco di tempo per trovare la strada giusta, quella che portava verso Vetralla, posto sconosciutissimo a tutti, infatti non c'è niente. Noi ci siamo passati solo per trovare la strada per il monastero dove siamo alloggiati, fuori dal paese di circa 2 chilometri, così la tappa di domani sarà più lieve.
Keyes girava con la sua bussola in mano, guardava il sole e diceva che eravamo nella direzione giusta, Anita e Richard dicevano che bisognava trovare la strada esatta e Luigi girava con la cartina. Io andavo dove andava il mucchio. Ho capito che non potrò mai fare un pezzetto di Francigena da sola perché non riesco a leggere le cartine. Richard non ha un diploma, io non ho intelligenza spaziale. Dovunque tu mi metta sono capace di perdermi e di non tornare più a casa. Figuriamoci qua, un posto mai visto ne conosciuto in cui devi capire per prima cosa la direzione in cui devi andare e poi trovare la strada. Troppa fatica per me. Se proprio devo scegliere, preferisco imparare il cinese.

Dopo 45 minuti di vagabondaggio per le stesse strade, abbiamo imboccato quella giusta. Sapevamo che oggi le temperature sarebbero state elevatissime, io avevo fatto scorta d'acqua come tutti gli altri, tre litri pesano parecchio sulle spalle stanche, ma non averne è peggio, e sapevamo che lungo il percorso non avremmo trovato modo di fare rifornimenti e non avremmo incontrato un punto di ristoro. Questa era la difficoltà oggi. 

Caldo è stato caldo, io ho bevuto e sudato tutti i tre litri che mi ero portata dietro e oggi pomeriggio ha continuato a bere e a sudare. Era come se la mia gola avesse sempre bisogno d'acqua, una sete che non smetteva mai, bevevo e sudavo, sudavo e bevevo, ho fatto così tutto il pomeriggio fin quasi alla sera quando la sete si è placata.

Adesso sono seduta nel giardino di un monastero a circa due km fuori Vetralla. Ci siamo arrivati
poco dopo le 11, io ero stanca morta anche perché ieri sera avevo preso le gocce per dormire per la seconda sera consecutiva; non sono abituata a mangiare tanto la sera e gli altri erano voluto andare al ristorante dove Anita mi ha detto che devo mangiare di più per sostenermi durante il viaggio perché quello che mangio è troppo poco.
Neanche fosse mia madre, ma con lei non c’è da scherzare, ho sempre paura che mi smolli al mio destino come quel tipo nel mezzo del bush australiano.

Poi non mi va di fare l’asociale e di non andare a mangiare assieme agli altri. Già mi schivo il pranzo al ristorante con la scusa della doccia e posso mangiare frutta fresca – i cibi che mi mancano di più. Non mi va di imbottirmi di pasta o carne cucinata in modo pesante la sera, perché faccio fatica a dormire, e se non dormo come cammino? Stamattina ero rincoglionita dalle gocce.  A tavola a pranzo mi si chiudevano gli occhi, ma Anita mi ha difeso davanti a tutti gli altri. Ha cominciato a spiegare in termini medici l’effetto di questo tipo di gocce omeopatiche su chi non ne assume mai. Il mio era un effetto collaterale che certificava che non le prendo regolarmente. 

Mentre eravamo a tavola, Serena ha mandato un messaggio a Luigi dicendo che da Monteriggioni è arrivata a San Giminiano. Quella la ricordo come la tappa peggiore dell'anno scorso. Che lei l'abbia fatta tutta da sola, al contrario, quindi con una difficoltà immensamente superiore, col rischio di perdersi ad ogni curva, lungo quel tracciato micidiale me la fa apprezzare ancora di più. Io non ce la farei mai. In giornate come oggi e ieri non ce l'avrei mai fatta ad arrivare a Gambassi o a Monteriggioni. Avrei mollato lungo il cammino. Invece lei no. La sta facendo tutta da sola.
Poteva anche giocare alla principessa innocente e indifesa con Luigi sulla Rocca di Radicofani, ma se l’avessero rinchiusa nella torre, se lo sarebbe mangiato lei il drago. 

Questi ultimi due giorni sono stati spossanti, forse la fatica si sta accumulando. Devo smetterla di pensare negativamente perché mi perdo la bellezza del viaggio, ma mentre faccio fatica e sento il sudore colare lungo la schiena e la gola farsi sempre secca, non posso non pensare che questa sarà l'ultima mia esperienza del genere e che se vorrò fare una vacanza simile, mi faccio delle passeggiate lontano da casa di un giorno, poi quello successivo sto stravaccata sul divano. Sono stanca di camminare, di sole, sogno il fresco degli alberi, il piacere di mettere i piedi nell'acqua fresca, bere in quantità e non avere mai sete.

Ho le gambe gonfie dalla fatica e da tutto il sale che assumo mangiando fuori al ristorante, Anita docet, la pelle secchissima e vizza, mi vedo invecchiata di non si quanti anni, ho i capelli di una donna del paleolitico. 
Questo viaggio mi sta distruggendo non solo fuori, ma anche dentro.  

Dicono si passino momenti di scoraggiamento, beh io ci sono in pieno dentro.

Giacomo mi ha mandato un messaggio di incoraggiamento. Qual bimbo non parla tanto ma c'è sempre. Mi ha detto "Dai, tieni botta che ti tempra questo viaggio". 
Così non posso neanche mollare...

Intanto oggi ho dormito come un sasso quasi tutto il pomeriggio in questo convento immerso nel verde, circondato da un giardino enorme; speriamo rinfreschi stasera. Adesso sono le 7.20 e le cicale stanno ancora cantando. Io sono seduta a scrivere al fresco di un albero e aspetto la cena alle 7.30. 
Spero che domattina partiamo presto così non arriviamo col caldo, ci aspettano poco più di 20 km. 
A volte sono tentata di mollare tutto, prendere una corriera o un treno e arrivare a Roma. Se lo facessi nessuno mi scoprirebbe e io potrei mantenere il segreto. 
Forse sono già stata temperata da questo viaggio, forse sono solo stanca. 

Anche in questo paradiso non trovo pace.

Keyes

il giardino del monastero 

Cena tutti assieme



Spero che domani si un giorno migliore. 

Viterbo

Oggi pomeriggio ero così stanca che ho provato ad andare in giro per la città, ma non ce l'ho fatta. Già l'avevo vista quando l'ho dovuta attraversare tutta per arrivare al quartiere medioevale dove abbiamo prenotato e ho deciso che ne avevo avuto abbastanza. Sentivo che camminare ancora non mi avrebbe fatto bene. Non è solo il caldo eccezionale di questi giorni, da bollino rosso, come mi avvisano Lucio e Giacomo sul cellulare ogni giorno, è che la stanchezza comincia a farsi sentire. 
Così mi sono presa un paio d'ore di relax invece che gironzolare.

Sapevo che Richard e Keyes erano nel bar di fronte alla nostra casa microscopica così ci sono andata anche io, anche perché ci hanno dato solo un mazzetto di chiavi. E mi sono messa a sedere al tavolino dove erano loro. 

Come solito Richard stava bevendo, si era fatto portare un’intera bottiglia di uno tra i suoi preferiti. Non dice mai molto, ma mettilo davanti a del cibo, del buon vino o della birra e subito diventa l'uomo più felice del mondo. Luigi gli ha fatto delle domande dirette, alle quali lui ha risposto semplicemente, così abbiamo scoperto che è disoccupato, non ha casa né lavoro. E come ha fatto a permettersi questo viaggio? Ovviamente nessuno di noi l'ha chiesto direttamente, ma forse, io e Luigi, volevamo capirlo, anche perché spende come se i rubinetti non dovessero essere mai chiusi. A tavola non si risparmia certo, prende sempre i piatti più cari che accompagna con buon vino, beve vino e birra ad ogni pasto e ogniqualvolta si siede ad un bar, cosa molto frequente quando non cammina. Certo, risparmia sul lavaggio vestiti, ma direi che questo non conta. 

Così è saltato furori che ha un learning disability, cioè a scuola non era capace di stare attento, ogniqualvolta l'insegnate parlava la sua mente cominciava a vagare, distratta da altre cose. Lo vedo in tanti ragazzi... così non ha preso nessun diploma o qualifica che gli permettesse l'inserimento nel mondo del lavoro. Ha detto che andava a raccogliere la frutta tipo pomodori, fagioli, anche fragole e si schiantava la schiena, infatti ha dei problemi alle vertebre e alla schiena. 
Allora come ha fatto a viaggiare tutto il mondo come ha detto? Con sua moglie, di cui ogni tanto parla ma che deve essere ormai distante dalla sua vita, hanno girato praticamente tutta l’Europa, l'Asia e le Americhe. Due sere fa mi aveva detto che quando sua madre morirà, e non aveva aggiunto la frase “spero il più tardi possibile”, entrerà in possesso di una discreta somma di denaro con la quale intende portare sua figlia in giro per cercare di ricucire il rapporto. Ne parla spesso, ma non racconta mai niente di lei. Secondo me è presente nei suoi pensieri ma lontanissima dalla sua vita. 

Ha detto poi che in Australia è definito unemployable, cioè non assumibile in quanto, senza alcun
mestiere e qualifica, non ha accesso al mercato del lavoro. Non ha casa, vive con un coinquilino che vorrebbe mandare via ma non può perché non ha i soldi per farlo e quando ci tornerà, molto probabilmente sarà homeless, cioè senza fissa dimora. Lo stato gli da un sussidio che gli basta a malapena, ma non ha ancora l'età per una pensione completa. Allora come ha fatto a permettersi questo viaggio? Si comporta come se i soldi non fossero un problema. Forse non lo sono perché non ne ha, ma allora come fa ad andare al bancomat e prelevare? 
Non voglio sembrare venale, sto solo cercando di capire e sono curiosa. Non ho mai incontrato una persona così. 

Ha detto che gli hanno fatto una serie di test per potergli incrementare il sussidio ed è saltato fuori che ha una grande abilità, quella di ricordare sequenza numeriche anche lunghissime. Col tatto di un elefante, Luigi ha detto la parola autistico e lui ci si è riconosciuto... ha parlato di studi su altre persone autistiche, e ha spiegato che le sue uniche abilità, oltre a ricordare le sequenze numeriche, è la capacità di riconoscere le canzoni solo dalle prime battute, ma purtroppo non è abbastanza per avere un lavoro.

Io gli ho detto che ha un'altra capacità, quella di camminare per lunghe distanze senza sentire la stanchezza e lui ha confermato, così è saltato fuori che lo scorso anno ha fatto tutto il cammino di Santiago, anni fa l’Inca trial e tantissimi altri camini lunghi in giro per il mondo. Lui riesce a camminare per il mondo, ma non può andare da nessuna parte a cercare lavoro a Brisbane. E una triste ironia della sorte. 

Anita lo aveva bollato come addicted, il che è probabilmente vero perché è anche dedito all'uso di sostanze stupefacenti, cosa che lui ha ammesso. 

Forse il suo essere stato ai margini della società lo ha reso molto più sensibile, dimostra 102 anni invece dei 62 che ha. È un mistero. Ha un passo lento ma inesorabile, macina chilometri su chilometri senza apparente fatica e ha detto che aveva intrapreso questo cammino perché era annoiato e voleva fare qualcosa. A chi gli chiedeva come facesse a camminare tutto il giorno, lui rispondeva “come fai tu a lavorare per 8 ore ogni giorno?” 

Ha detto che quando torna a Brisbane non ha nessuno che lo aspetta, fa un resoconto fotografico del viaggio su Facebook per sua madre che lo legge, ma non dice che torna da lei. Ha parlato più volte di essere jobless e homeless, una esistenza ai margini della società. 

Ma ha detto che ha una cosa in comune con Anita, che si capiscono al volo perché sono simili. Anita ha però un cervello davvero eccezionale. E’ una lavoratrice instancabile, fa diversi mestieri per mantenere un tenore di vita elevato, ha due lauree e su tantissimi argomenti disparati parla con cognizione di causa. Quando Luigi ha accennato alla parla autistico ha detto che anche Anita ha fatto il test ed è risultata essere “on the verge of Asperger” al limite della sindrome di Asperger. Forse è per questo che è così poco empatica, se deve dire qualcosa lo dice senza mezzi termini come se non ci fossero filtri sociali e come se la verità, in qualunque forma, fosse più importante. La sostanza al di là della forma. Se deve dire a Keyes che vorrebbe la sua attenzione gli dice che stare al cellulare mentre uno ti parla è da maleducati e lei non vuole assistere ad episodi di  maleducazione. 

Anche lei ha qualche accenno di stranezza ma devo dire che sostanzialmente mi trovo bene e andiamo d'accordo. Ormai siamo diventate amiche, forse perché dormiamo sempre nella stessa camera. Quando si arriva in un monastero lei ha dettato questa regola: chi russa dorme assieme. Io  posso dormire nella stanza con lei perché non la disturbo. 

Non parla mai tanto delle sue emozioni, (ma nemmeno io), marcia come una forsennata, si sfoga camminando, imponendosi sessioni al limite dell’impossibile. Racconta di quando va a fare bush walking  o addirittura la sua nuova passione bush bashing in cui ti devi fare largo attraverso la vegetazione fitta del bush australiano con qualcosa, tipo un machete, per non parlare delle sue pedalate di almeno tre ore o sedute in palestra per rafforzare i muscoli. Ci credo che quando deve fare una salita fa lo stesso sforzo che faccio io quando mi siedo per un gelato. 

Una cosa mi ha colpito. L’anno scorso ha conosciuto Keyes durante il cammino di Santiago. Si sono incontrati praticamente all’inizio e hanno fatto assieme quasi tutto il percorso. Per sapere chi fosse ha avuto bisogno di Google him; si è andata a vedersi su internet con che tipo di persona avesse a che fare. Ha così scoperto tante cose del suo passato, tante che lui ti racconta e altre sulle quale tace. Non solo è stato in Vietnam per un anno, ma è anche stato pluridecorato in ben tre missioni, di cui una con la massima onorificenza per il suo valore al comando di uno squadrone. Sono stati attaccati da truppe nemiche, erano in minoranza ma sono riusciti a sconfiggerli con pochissime perdite. In più di un’occasione è stato a cena col presidente Obama quando questo cenava con i veterani di guerra che si erano distinti.
Per non parlare della sua carriera professionale una volta lasciato l’esercito, in cui ha ricoperto ruoli di non poco conto per importanti compagnie internazionali.

Ovviamente io non sapevo tutte questi dettagli, ma non c’era bisogno di Google per capire che tipo d’uomo fosse Keyes. Basta osservarlo come parla, come si comporta, le osservazioni che fa per capire che è un  buono, una persona che ama la vita e la rispetta. Mi piace moltissimo. Forse è un po’ troppo ottimista sul genere umano, Trump escluso perché quando ne comincia a parlare ne dice di tutti i colori, ma si comporta con gli sconosciuti come se fossero fratelli, con una disponibilità e apertura disarmante. Non c’era bisogno di curiosare nel suo passato per capirlo, non so come non abbia fatto a sentirlo.

Immagino abbia fatto la stessa cosa su di me, e a maggior ragione visto che dormiamo nella stessa camera e potrei tentare di accoltellarla nel sonno. Su Google non c’è scritto che dormo come un sasso e non sono una suicida; mai tenterei di farle qualcosa, ne uscirei in poltiglia. Per fortuna che cerco di lasciare il minor numero di tracce possibili su internet, e non c’è tanto di me. Si vede che mi considera innocua perché continua a stare in stanza con me e mi sembra sia meno fredda e distante giorno dopo giorno.  

Domande, domande, domande, questo viaggio me ne suscita in continuazione. E so che non troveranno risposta nè a Roma nè in nessun altro luogo. 

Ecco dove dormono i due ragazzi cechi che abbiamo incontrato alcuni giorni fa
Keyes, Luigi e Anita

Richard


Viterbo 1 agosto 2017

Partenza da Montefiascone

Se sulla carta questa tappa era niente di che, si è rivelata invece parecchio tosta. Non posso dire micidiale, perché ho imparato a dare il giusto peso alle tappe della Francigena, ma di sicuro una tra quelle che ricorderò, complice il caldo eccezionale di questi giorni e la pessima strategia usata. Richard e Anita dettano i tempi. Richard vuole uscire la sera e bere vino e birra fin che può, ovvio che la mattina non vuole partire presto, Anita è una valchiria indistruttibile che marcia senza sosta e senza stanchezza, con un ginocchio fasciato perché ha male e non oso immaginare di cosa sarebbe capace senza. Io e Keyes posso dire che siamo a rimorchio, infatti siamo sempre dietro, ma lui è giustificato perché ha 74 anni, io sono una pappamolla. 

Stamattina siamo usciti alle 6.30 perché la tappa è tutta in discesa con solo breve tratto in salita, in teoria una scampagnata. Dopo una sosta per la colazione sulla strada, perché non ci sono bar lungo il percorso, abbiamo proseguito. Keyes ha una resistenza invidiabile e non solo per la sue età. Saranno i trascorsi militari, l'anno in Vietnam in cui ha comandato un piccolo battaglione, ma cammina come se ne avesse venti. Per la prima parte del viaggio è sempre davanti, poi la stanchezza cede e rimane indietro, ma cammina senza l'aiuto dei bacchetti, fa le salite con passo svelto perché dice che in Vietnam c’erano sempre le top of the hill da fare, e se rimane indietro va veloce per recuperare. Io non ce la farei. Tante volte si ferma, noi andiamo avanti a passo di Anita e poi ce lo troviamo dietro che arranca ma ci ha ripreso. 

Siccome è stato molto gentile con me quando sono stata poco bene, mi sento in dovere di avere un occhio di riguardo, d'altronde è pur sempre una persona di una certa età e ricordo le loro parole that’s what pilgrims do, questo è quello che fanno i pellegrini. Oggi ad un certo punto Richard e Anita erano davanti e Keyes è rimasto indietro, ha detto che voleva riposarsi un po'. Io l'ho aspettato ma lui è stato irremovibile e mi ha detto di andare avanti. Allora mi sono messa in cammino.

Pensavo che avessi imparato a leggere i segnali ma non è vero. Ad un certo punto c'era una curva da fare, che io non ho visto e ho continuato ad andare avanti, avanti, avanti, non finiva più quella maledetta strada sotto quel sole del deserto.
Dopo alcuni chilometri ho capito di aver sbagliato perché nonostante andassi il più veloce che potevo non vedevo le sagome di Anita e Richard in lontananza. Stavo costeggiando un dannatissimo campo volo, non c’era nessuno nei paraggi, solo campi coltivati, un gregge e una discarica puzzolente vicino al ciglio della strada. Avevo poca acqua e chiedevo alle macchine che passavano se quella fosse la Francigena per Viterbo “Certo, certo” mi dicevano tutti sti idioti. Se non lo sai, non dare indicazioni sbagliate, cretino che non sei altro. 

Ma io non lo sapevo e non potevo fare altro che continuare lungo quello stradone lunghissimo, polveroso e cocente. Cosi la mia mente ha cominciato ad arrovellarsi.

Mi chiedevo cosa mi avesse spinto a fare la Francigena, quale motivazione, pensiero, scopo. 
Per trovar una meta? Mmmm, non fa per me. Per il piacere di camminare? Mmmm, posso farlo anche a casa, faccio 5 km poi sono sul divano a guardare la TV. Per il piacere di vedere posti nuovi? C'è la Ryanair. Per il piacere di sapere che sei il primo che attraversa il bosco perché le ragnatele ti si appiccicano alla faccia? Mmmm. Per il piacere di sentire l'aria fredda del mattino diventare calda come un forno dopo poco? Per il piacer di sentire l'amaro del tuo sudore correre lungo il naso e fermarsi sulle labbra, o sulle braccia, e dovunque tu abbia un pezzetto di pelle? Mmmm. Per il piacere di aver le gambe di marmo e girare come Robocop dopo che sei stata seduta cinque minuti? Mmmm. Quale strano, assurdo, folle piacere ti spinge ad andare avanti nonostante la sete, le gambe e la schiena doloranti, la fatica del viaggio? La meta? Mmmm, il giorno dopo ne hai un'altra diversa che devi inseguire e raggiungere con lo stesso sudore e fatica. La compagnia? Non so, quest’armata Brancaleone è strana, eterogenea e insolita.

Ma mentre ero là e mettevo un passo davanti all'altro, pensavo che dopo quell'albero, quella curva, quella collina, quel masso, quella casa in lontananza ci poteva essere l'approdo o se non quello, almeno un ristoro, un punto in cui sedersi. Fai fatica, ma vai avanti perché non puoi fare altro.

E ti chiedi perché sei stata così scema da dire che avresti rifatto la Francigena, che cavolo ti è venuto in mente, ti dici che se tu fossi stata zitta nessuno se ne sarebbe ricordato, ai tuoi figli non importa un fico secco che tu dimostri che porti a termine un progetto, non importa nemmeno del blog perché non ci scrivi, l'hai messo privato e loro manco se ne sono accorti, quindi non lo leggono di sicuro, e sai benissimo che se tu non fossi stata così cretina adesso staresti in piscina o in giro per shopping coi saldi.

Ma ormai è fatta e non te importa niente dell’integrità morale; vorresti trovare qualcuno che ti scarrozza fino davanti al posto in cui dormi, magari in una macchina col clima, ma tutte vanno nella direzione opposta e le maledici tutte e pensi che tutti si imbucano per quel cazzo di strada dalla quale tu vuoi uscire, così fermi il primo che va nella tua direzione e ti dice che non ha tempo di ascoltarti e l'altro non ha posto perché ha la macchina piena di legname. Tu staresti anche sopra i ceppi di legno appuntiti, di sicuro più comoda che a camminare sulla strada, ma lui e sua moglie, sono comunque gentili perché se non altro ti offrono quel poco di acqua che hanno "ci abbiamo bevuto noi in quella bottiglia". In questo momento li ammazzo io tutti i germi, te la scoli tutta e continui a camminare.  

Non so per quanto tempo sono stata in questo stato, ma a me è sembrato davvero tanto.
Mentre mi maledicevo da sola, ho fermato un’altra macchina, si è abbassato il finestrino e un australopiteco mi ha grugnito “Nussò gniente. L’hoggià detto ar tuo amico diddietro” ed è ripartito. Ma vaffanc...!

Che anche Keyes avesse sbagliato strada e fosse lui dietro di me? Quando mi ha visto ha cominciato a sbracciarsi, forse perché anche lui pensava di dover uscire da quell’inferno da solo. Mi ha detto allarmato “Adesso che facciamo?”
In quel preciso istante ho capito che stava crollando e non me lo potevo permettere. Così l’ho guardato negli occhi e gli ho detto “Quando eri in Vietnam, come facevi a portare i tuoi uomini fuori dalla giungla?”
“Dead reckoning…”
Dead reckoning???”
“Dead non nel senso di morto ma dead-on nel senso di giusto, azzeccato, poi con una bussola, guardando la posizione del sole, le mappe…”
“Puoi rifarlo?”
“Certo!”

Con la destrezza di un adolescente si è messo a sciappinare col suoi Iphone, si è scaricato una app che faceva da bussola, ha cominciato a guardare il sole, la mappe che avevamo, girare per cercare un punto di riferimento, sentire l’aria. In quel momento io ho capito perché le donne non vanno in guerra. Semplice, si perderebbero e non tornerebbero più indietro. 
Lui invece ha deciso che dovevamo prender uno stradello insignificante e dopo circa un kilometro siamo sbucati su una mega circonvallazione all'altezza di un centro commerciale. Mi sono sentita come Dante quando è uscito dall'inferno.

Mente io guardavo incantata il centro commerciale e sognavo il fresco dell’aria condizionata, lo sguardo allenato di Keyes ha mappato il territorio alla ricerca del punto più strategico nel quale appostarci per definire la strategia successiva: il bar coi tavolini all’ombra in cima alla strada. A quel punto sono stata io a dire “let’s get to that damn top of the hill”.

Devo aver scioccato la barista perché dopo il terzo bicchiere d’acqua che mi scolavo in un nanosecondo mi ha offerto tutta la bottiglia. Keyes si è fatto due birre, due fante e due gelati extra large. Alcuni avventori si sono impietositi di noi e si sono dati da fare per indicarci la strada.

Ovviamente se chiedi a tre uomini le indicazioni stradali, ti dicono di fare tre strade diverse e ognuno è convinto della sua. Dopo lungo conciliabolo abbiamo preferito quella più lunga ma che ci avrebbe permesso di attraversare con un modesto grado di sicurezza la circonvallazione, il che ovviamente prevedeva di scendere dalla collina a risalire su un’altra collina perché, ovviamente, Viterbo si trova su una collina.

Saranno anche belle le collinette e le montagnole, ma vi assicuro che se le devi fare tutte, su e giù in continuazione, a piedi e sotto il sole, cominci a cambiare idea. 

Non so in che condizione siamo arrivati al b&b e dietro di noi sono spuntati Richard e Anita che erano in un bar a bersi una birra. La nostra stanza è a dir poco microscopica e il b&b claustrofobico, siamo cinque persone in due stanzette per le bambole “siamo nel quartiere medioevale, le case sono piccole…” E dircelo prima, no? Io, Anita e Keyes dormiamo nell’unica stanza al piano di sopra, Richard e Luigi nell’unica di sotto, in cucina.

Oggi non me ne va bene una. Mentre mi stavo facendo la doccia ho sentito delle voci in camera così non sono potuta andare a prendere lo shampoo che mi ero dimenticata, e mi sono lavata i capelli col sapone di Marsiglia, come fanno i maschi. Poi il phon ha smesso di funzionare mentre me li stavo asciugando e in sta  casa non c’è uno specchio. 
Sembrerò Maga Magò, ma oggi non me ne frega niente. Non ho neanche voglia di andare in giro e fare la turista, mi sono venute fuori altre due vesciche e non devo sforzarle. Oggi sono stanca e mi riposo. 

Ancora non ho trovato il piacere della Francigena, so solo che quando arrivi alla tappa e vedi il timbro sulle tue credenziali è un po' come quando vedevi il prof mettere il voto sul tuo libretto all'università, tutta la fatica cominciava a sciogliersi. Dopo una doccia, mentre stendi la roba ad asciugare per il giorno dopo, pregusti il riposo. E ti prepari mentalmente per la prossima. E’ una metafora della vita: andare avanti, sempre e comunque, con difficoltà variabili, gioie e dolori, fatica e sudore, blood, toil, tears and sweat diceva Churchill. 


Non è una gara la Francigena, è un esperienza che alcuni saggiamente evitano altri, un po’ scemi, vanno a cercare. Io appartengo al secondo gruppo, ma adesso, freccia di doccia col venticello che entra dalla finestra e il profumo del caprifoglio che si arrampica fin qua su, sento che ho fatto bene ad arrivare fino a qua. 

Scorcio di Viterbo

Sosta per la colazione
Camera mia, di Anita e Keys. 

Cucina, soggiorno e camera da letto per due persone. Anita sta preparando scrambled eggs per tutti

Il nostro alloggio a Viterbo. E molto facile vedere le proporzioni della casa...

Aspettando la cena